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Laurea in Teologia Dogmatica presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

Veritas semper una est.

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Chiesa cattolica: un cambio di paradigma che viene da lontano.

  • 14 Novembre 2020 |
Mi capita spesso, in particolare davanti a chi è giunto ad una conversione da poco o chi non ha avuto tempo e possibilità di approfondire certe tematiche inerenti la Chiesa Cattolica e la sua dottrina che mi viene chiesto ma com'era la Chiesa 50-60 anni fa? Come siamo arrivati a questa Chiesa?

        Sgombriamo subito il campo dicendo che stiamo parlando dell'unica Chiesa di Cristo. Non ci sono differenti chiese nell'alveo cattolico. Certamente i diversi tempi storici che la Sposa di Cristo ha dovuto affrontare e superare hanno evidenziato come contingenze di natura eterogenea hanno influito, a volte in modo più importante, nel percorso che Cristo stesso aveva tracciato: la proclamazione del Vangelo, il nutrimento dei fedeli attraverso i Sacramenti, l'insegnamento della sana dottrina, una retta interpretazione delle Scritture, il dovere primario della "salus animarum" come necessità ontologica.

        Vi sono stati diversi processi che hanno portato la Chiesa cattolica alla condizione in cui oggi versa, principalmente sotto l'aspetto pastorale, ricordando le tante volte in cui il Pontefice Papa Francesco l'ha paragonata ad un "ospedale da campo" dopo una battaglia, possiamo dire a ragion veduta che in questo ospedale da campo la stessa Chiesa versa in gravi condizioni ed è in continuo peggioramento.
Ignorare questa reale condizione o fingere che vada tutto bene denota una grave cecità, non soltanto spirituale.

        Sono tanti coloro che, in diversi modi e a differenti livelli, ravvisano nell'attuale Pontefice una delle cause primarie di questo aggravamento. In questo breve excursus cercheremo di essere precisi ed obbiettivi illustrando come questa situazione sia precipitata sempre più a partire dal post-concilio fino ad oggi. Obbiettivamente tanto è stato fatto da Papa Francesco, che indipendentemente da una precisa volontà o meno, ha messo la Chiesa e tutto il suo popolo in un difficilissima situazione. Ma cerchiamo di capire come il "paradigma Bergoglio" abbia prevalso anche lì dove avrebbe potuto trovare delle resistenze e perché viene da lontano.
        Come tutti sapranno Papa Francesco fa parte di quella grande famiglia religiosa che sono i gesuiti.

Ignazio di Loyola01 La Compagnia di Gesù fu fondata da Sant'Ignazio di Loyola nel 1540 e approvata da papa Paolo III con la bolla Regimini Militantis ecclesiae. Il fine primario della Congregazione fu la maggior gloria di Dio (da qui il motto ad Maiorem Dei Gloriam) e la reazione contro l’eresia protestante. 
        Accadde però che non essendo riusciti a sradicare il protestantesimo, dopo quattro secoli e mezzo, pensarono di cambiare strategia e decisero di assimilarlo dando vita ad un processo d'integrazione. Tra i principali innovatori in tal senso vi è certamente il gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) che reputò necessaria la modifica della stessa identità della Chiesa cattolica e della Sua dottrina.
        Tra le frasi celebri di questo gesuita vi è questa: «Roma ed io abbiamo due concezioni diverse del mondo. Talvolta, nutro un vero e proprio odio verso tutto ciò che la storica e naturale Istituzione di Cristo oggi rappresenta»!
        Le sue opere come “La scienza e Cristo”, “Il fenomeno umano” e “L’ambiente divino” vennero condannate dal Sant’Uffizio, il 30 giugno 1962, con un “Monitum”, perché “racchiudono tali ambiguità ed errori, anche gravi, che offendono la dottrina cattolica”. La gravità delle sue affermazioni fu attestata anche dall'allora card. Ratzinger nel libro "Principles of Chatolic Theology” (“Princìpi di Teologia Cattolica”, Ignatius Press, San Francisco, 1987).

        Purtroppo i pensieri anticattolici di questo gesuita, che operò anche come paleontologo cercando di dimostrare e coniugare con il cattolicesimo la teoria dell'Evoluzione della specie, penetrarono anche il Concilio Vaticano II. Nella "Gaudium et Spes", possiamo trovare tutto il sapore teilhardiano. Il suo stesso ordine religioso La Compagnia di Gesù lo aveva sospeso dall’insegnamento delle materie di carattere filosofico-teologico e gli aveva proibito di pubblicare più nulla su quelle tematiche. Ma la "rivoluzione modernista" stava permeando non pochi teologi, autori e parecchia Gerarchia ecclesiastica.
Pierre Teilhard de Chardin        Con la "Nouvelle Théologie" verrà assestato un altro colpo decisivo per quello che ho denominato il cambio di paradigma della Chiesa cattolica tradizionale fondata sulla teologia scolastica. Tra i padri di questa "falsa teologia" ci fu il gesuita Henri de Lubac (1896-1991) che giunse a negare che i dogmi di Fede fossero assoluti, affermò che il Magistero della Chiesa avrebbe potuto mutare seguendo “tranquillamente” l’umore della coscienza umana, arrivando al concetto di umanità “autosufficiente.” Demolì il dogma del peccato originale nel senso inteso dalla Chiesa, mortificando il valore della Rivelazione e della Redenzione ridotte a realtà accessorie sulla base della visione gnostica di questa "nuova teologia".henri marie de lubac
        L’ex Sant’Uffizio esortò gli ordinari e i superiori di istituti religiosi, i rettori dei seminari e delle università a tutelare le anime dai rischi nascosti nelle trame dei suoi scritti, a partire dal concetto di creazione, che contemplava la teologia del “Cristo cosmico” e della noosfera, intesa come “coscienza collettiva”. La manovra messa in atto dai Gesuiti, alla fine degli anni Cinquanta, fu la sostituzione degli “assolutismi” del cattolicesimo, per giungere a un’osmosi etico-morale di natura ecumenica con il protestantesimo.

        Nel 1850 la Compagnia di Gesù fondò la rivista “La Civiltà Cattolica”. Nei primi decenni del nuovo secolo cambiò paradigma, prendendo una deriva antitetica alle battaglie che aveva affrontato. Si esternarono così le tesi eretiche del gesuita tedesco Karl Rahner (perito del cardinale Franz König durante il Vaticano II), imposto e studiato nei seminari e divenuto protagonista della svolta conciliare. Egli osò dire: “Nostro Signore deve conformarsi al mondo, non quest’ultimo a Lui!”. Il suo “cristianesimo anonimo” decretò che “chiunque segue la propria coscienza, cristiano o non cristiano, ateo o credente, ebbene tale persona è accettata da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiano-cattolica noi confessiamo come fine di tutti gli uomini”.
        La sua influenza si dimostrò devastante; la sua “dottrina”, presentandosi come un simulacro d’ortodossia, di fatto cedette ai desideri del mondo.  Rahner invitò all’abbraccio tra teologia e filosofia, contrastato da chi gli obiettava che “se la Verità (teologia) cede alla filosofia, o trattiamo la Verità come tale, o non siamo più di fronte alla Verità, ma al mero relativismo”.

     karl rahner01   Il suo ideale di Chiesa “inclusiva” necessita, secondo il suo pensiero, di un impianto ecclesiale rivoluzionario: nuove pastorali, nuovi sacramenti, nuova teologia e nuova liturgia, affinché si possa “traslocare” la centralità di Gesù Cristo e la sua Presenza Reale in favore dell’uomo.
        L’umanità è destinata a ricevere, a suo tempo, per mezzo della Grazia, la divinizzazione promessa, ma il gesuitismo sottrae all’uomo l’esperienza fondamentale della Croce, abolendo la conversione al Cristo Crocifisso, morto e risorto. Il povero viene usato per “divinizzare” l’uomo, senza pensare che anche il povero, come disse Madre Teresa di Calcutta, deve convertirsi a Cristo. La pastorale, com’è d’uso nel gesuitismo, sostituisce la dottrina e chi non accetta questo “dogma” pecca contro la misericordia.

        Questa teologia è parte integrante del modernismo, già definito “sintesi di tutte le eresie” da San Pio X nell’Enciclica del 1907 Pascendi Dominici grecis; il quale a proposito dei Gesuiti affermerà: “Non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici più dannosi della Chiesa”. Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita, dichiarò che “la Chiesa è in ritardo di almeno 300 anni”. In ritardo rispetto a cosa? Alla modernità! Fu un appello a evitare le dispute dottrinali per collaborare soprattutto all’incontro ecumenista. “Grazie” all’invito, i protestanti furono fatti entrare, come “cavalli di Troia”, in qualità di periti dentro il Concilio Vaticano II e integrati in seno al cattolicesimo, il quale non potrà che essere contaminato dai loro “adattamenti teologici”.

        L’amletico Paolo VI riconobbe, più o meno convintamente, i gruppi carismatici cattolici originati dall’integrazione con i non cattolici e i non cristiani. La formazione dei loro incontri ecumenici vide sempre i Gesuiti come protagonisti. Negli incontri si abbandonarono il Signum Crucis e l’affermazione centrale e cruciale del credo cristiano cattolico  “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”  per una generica evocazione dello “spirito”.
Ci si concentrò sull’appagamento di una presunta unità insieme ai presenti (cattolici, pentecostali protestanti e non cristiani) sulla base di singole emozioni, facendo credere di adorare una stessa “energia divina”. Il Dio tutt’Uno del De Chardin panteista divenne “un sogno” possibile, e anche il sogno di una umanità “fusa in Dio” (ovviamente non cattolico).


        E Gesù Cristo si trasformò in un maestro universale, nato dalla “Nuova Èra” grazie alla spinta spiritualistica dei movimenti carismatici. Non fu più il “capo del Corpo, cioè della Chiesa” (Colossesi 1:18). Il gesuita indiano Anthony de Mello (1931-87), scomunicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, definì Dio “puro vuoto”, e Gesù Cristo non “figlio di Dio” ma “colui che ha insegnato che tutti gli uomini sono figli di Dio”.
Affermò, in un mix di cristianesimo e tradizioni orientali, che “la mente ha un potere che trasforma i desideri in realtà”. Anthony de Mello è morto, ma i suoi insegnamenti sono entrati nella nuova tradizione degli esercizi del gesuitismo.


        Ricorrere ai sogni, ai desideri, per renderli una realtà indipendentemente dal sogno o dal desiderio, è tipico del “magistero” gesuitico. Speculazione che si ritrova nella New Age, movimento condannato dalla Chiesa per le sue tesi incompatibili e opposte al cristianesimo, della quale comunque il “pio” gesuita De Chardin fu uno dei principali ispiratori. Il pastore protestante Rick Warren, studente dei centri di formazione dei Gesuiti, scrisse: “La Chiesa (somma di tutte le comunità cristiane cattoliche e non) è più grande di qualsiasi organizzazione al mondo. Tuttavia possiamo allargarci, includere, far entrare i musulmani, i buddhisti, gli induisti, tutte le religioni. Sento davvero che dobbiamo costruire ponti e abbattere ogni muro”… Non sono forse le stesse parole uscite dalla bocca di Papa Francesco?
        I Gesuiti si sono sempre sentiti prima Gesuiti e poi cattolici. Nel corso del XX secolo si convinsero, come nel XVI, che la Chiesa versasse in pericolo mortale e che solo loro potessero scongiurare la catastrofe. Nel 1954 Pio XII mostrò al suo confessore gesuita padre Entrich gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola: “Qui dentro troviamo la Compagnia di Gesù come Noi l’amiamo. Lo spirito di disciplina della Compagnia si è affievolito […] Noi siamo molto preoccupati dei Gesuiti di oggi. Ci rivolgiamo un rimprovero, di non esser intervenuti in modo più energico”. Il Venerabile Pio XII si chiedeva forse se sarebbe stato opportuno intervenire nella maniera di Clemente XIV?
        Durante il papato di Benedetto XVI, il gesuitismo ritenne che la tradizione si stesse troppo rivalutando, che si tornasse indietro nella storia della Chiesa, e l’occasione della sua rinuncia fu troppo ghiotta per non approfittarne. Benedetto, in occasione della 35esima Congregazione Generale della Compagnia di Gesù nel gennaio 2008, pretese il rispetto della fedeltà, sancita dal caratteristico “quarto voto” di obbedienza al Successore di Pietro, e chiese con fermezza che “la congregazione generale riaffermi la propria totale adesione alla dottrina cattolica”.

       Bergoglio vescovo01 Torniamo ai giorni nostri. Jorge Mario Bergoglio entrò nella Compagnia di Gesù nel 1958 e fu ordinato sacerdote nel 1969. Durante quegli undici anni, ricevette una formazione filosofica e dottrinale di stampo neomodernista, impregnata del pensiero dei confratelli europei (Rahner, de Lubac, Danielou, etc.) del movimento pseudo-teologico conosciuto come Nouvelle Theologie, corrente che come detto, seppur con qualche frenata non risolutiva dall’Humanae Vitae di Paolo VI al pontificato di Benedetto XVI, prese il sopravvento sulla scolastica tomista al Concilio Vaticano II.

       

I “nuovi teologi” riprendono le teorie moderniste dell’evoluzione dei dogmi, il relativismo morale, la confusione nel rapporto tra natura e Grazia, sostituendo il cristocentrismo con l’antropocentrismo.



Questo spiega i gravissimi errori dottrinali del magistero di Papa Francesco. A motivo di questa nuova visione teologica trovano posto le tante affermarzione del Pontefice, partendo da un interpretazione casuistica della pastorale, propria dei gesuiti. Nel magistero di papa Francesco, per esempio, l’adulterio e il concubinato non sono più atti intrinsecamente malvagi, mentre lo diviene la pena di morte. Per il pontefice regnante l’adultero e il reo non sono mai pienamente responsabili delle loro scelte, subendo il condizionamento delle circostanze, perciò non possono essere puniti. Se la persona non è colpevole delle scelte che compie, sparisce la giustizia, lasciando campo libero alla sola “misericordia”.
        In realtà, si tratta di un errato concetto di “misericordia”, poiché la vera Misericordia non è una “licenza” al male, né un’impunità alla colpa.
Dobbiamo anche dire che questo pontificato è il sintomo, non la causa della deriva dottrinale degli ultimi cinquant’anni. Abbiamo visto come questo fu reso possibile con un significativo apporto proprio dei Gesuiti durante il Concilio Vaticano II.

        Vogliamo riaffermare, a chi è convinto che un "buon cattolico" non possa parlare "male" del Papa e ci indica come coloro che lo fanno, che nessuno sta parlando "male" di Papa Francesco, che è il legittimo Pontefice eletto per mezzo di un regolare conclave, ma vogliamo anche con fermezza difendere la Verità che Cristo ci ha donato e che la Chiesa ha custodito nei secoli anche con il martirio e ricordare che il Papa, un qualsiasi Papa, non è sempre infallibile, ma soltanto quando egli parlando come capo universale della Chiesa si pronuncia "ex cathedra" su questioni inerenti la Fede e la morale. Va da sé che al di fuori di queste materie e condizioni il Papa non è infallibile e dunque può sbagliare. Ad esempio ciò che dice un Papa in un’intervista non impegna la sua infallibilità. Ciò naturalmente non significa che tutto quello che ha detto sia opinabile.

        La suprema legge nella Chiesa, si legge nel codice di Diritto canonico, è la salus animarum e il primo balsamo per le anime è la Verità a cui è sottomesso lo stesso Vicario di Cristo. Quindi sì obbedienza, ma non papolatria. Infatti il codice di Diritto canonico al n. 212 chiede ai fedeli da una parte obbedienza ai pastori e dall’altra riconosce a loro il diritto di esprimere delle riserve “su ciò che riguarda il bene della chiesa”. Riportiamo alla lettera il punto 2 e 3 del canone 212:

§2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona.

        Nulla di nuovo sotto il sole. San Paolo criticò Pietro, primo Papa della storia, in merito all’obbligo da parte dei convertiti di sottoporsi al giudaismo: “Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Il problema sta nel fatto che Paolo riprendeva Pietro per un aspetto pastorale e invece sono molteplici le critiche mosse a Papa Francesco da diversi soggetti inclusi alti prelati e teologi, sono soprattutto di carattere dottrinale.
        Ci si chiede, ma tutto questo potrebbe scandalizzare i fedeli, in particolare quando si sta parlando del Santo Padre. Di fronte a un simile rischio di scandalo è sempre doveroso e preferibile annunciare la Verità, con i giusti modi e il dovuto rispetto non è ammissibile che nella Chiesa regni la confusione, il dubbio, il sospetto. Oggi più che mai serve chiarezza e tanta preghiera, nella consapevolezza che Cristo non permetterà che il male vinca e preghiamo per il Papa con le stesse parole che furono di Gesù: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli». (Lc. 22, 31-32).

Lettera a Diogneto

  • 11 Ottobre 2020 |

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Torniamo con gioia all'Eucaristia

  • 22 Settembre 2020 |

Lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del covid-19

12 settembre 2020

La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha inviato ai presidenti delle Conferenze episcopali una lettera — diffusa nella mattina di sabato 12 settembre — sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del covid-19. Ne pubblichiamo di seguito il testo in italiano.

La pandemia dovuta al virus Covid 19 ha prodotto stravolgimenti non solo nelle dinamiche sociali, familiari, economiche, formative e lavorative, ma anche nella vita della comunità cristiana, compresa la dimensione liturgica. Per togliere spazio di replicazione al virus è stato necessario un rigido distanziamento sociale, che ha avuto ripercussione su un tratto fondamentale della vita cristiana: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20); «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (At 2, 42-44).

La dimensione comunitaria ha un significato teologico: Dio è relazione di Persone nella Trinità Santissima; crea l’uomo nella complementarietà relazionale tra maschio e femmina perché «non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2, 18), si pone in rapporto con l’uomo e la donna e li chiama a loro volta alla relazione con Lui: come bene intuì sant’Agostino, il nostro cuore è inquieto finché non trova Dio e non riposa in Lui (cfr. Confessioni, I, 1). Il Signore Gesù iniziò il suo ministero pubblico chiamando a sé un gruppo di discepoli perché condividessero con lui la vita e l’annuncio del Regno; da questo piccolo gregge nasce la Chiesa. Per descrivere la vita eterna la Scrittura usa l’immagine di una città: la Gerusalemme del cielo (cfr. Ap 21); una città è una comunità di persone che condividono valori, realtà umane e spirituali fondamentali, luoghi, tempi e attività organizzate e che concorrono alla costruzione del bene comune. Mentre i pagani costruivano templi dedicati alla sola divinità, ai quali le persone non avevano accesso, i cristiani, appena godettero della libertà di culto, subito edificarono luoghi che fossero domus Dei et domus ecclesiae, dove i fedeli potessero riconoscersi come comunità di Dio, popolo convocato per il culto e costituito in assemblea santa. Dio quindi può proclamare: «Io sono il tuo Dio, tu sarai il mio popolo» (cfr. Es 6, 7; Dt 14, 2). Il Signore si mantiene fedele alla sua Alleanza (cfr. Dt 7, 9) e Israele diventa per ciò stesso Dimora di Dio, luogo santo della sua presenza nel mondo (cfr. Es 29, 45; Lv 26, 11-12). Per questo la casa del Signore suppone la presenza della famiglia dei figli di Dio. Anche oggi, nella preghiera di dedicazione di una nuova chiesa, il Vescovo chiede che essa sia ciò che per sua natura deve essere:

«[...] sia sempre per tutti un luogo santo [...].
Qui il fonte della grazia lavi le nostre colpe,
perché i tuoi figli muoiano al peccato
e rinascano alla vita nel tuo Spirito.
Qui la santa assemblea
riunita intorno all’altare,
celebri il memoriale della Pasqua
e si nutra al banchetto della parola
e del corpo di Cristo.
Qui lieta risuoni la liturgia di lode
e la voce degli uomini si unisca ai cori degli angeli;
qui salga a te la preghiera incessante
per la salvezza del mondo.
Qui il povero trovi misericordia,
l’oppresso ottenga libertà vera
e ogni uomo goda della dignità dei tuoi figli,
finché tutti giungano alla gioia piena
nella santa Gerusalemme del cielo».

La comunità cristiana non ha mai perseguito l’isolamento e non ha mai fatto della chiesa una città dalle porte chiuse. Formati al valore della vita comunitaria e alla ricerca del bene comune, i cristiani hanno sempre cercato l’inserimento nella società, pur nella consapevolezza di una alterità: essere nel mondo senza appartenere a esso e senza ridursi a esso (cfr. Lettera a Diogneto, 5-6). E anche nell’emergenza pandemica è emerso un grande senso di responsabilità: in ascolto e collaborazione con le autorità civili e con gli esperti, i Vescovi e le loro conferenze territoriali sono stati pronti ad assumere decisioni difficili e dolorose, fino alla sospensione prolungata della partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia. Questa Congregazione è profondamente grata ai Vescovi per l’impegno e lo sforzo profusi nel tentare di dare risposta, nel modo migliore possibile, a una situazione imprevista e complessa.

Non appena però le circostanze lo consentono, è necessario e urgente tornare alla normalità della vita cristiana, che ha l’edificio chiesa come casa e la celebrazione della liturgia, particolarmente dell’Eucaristia, come «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza» (Sacrosanctum Concilium, 10).

Consapevoli del fatto che Dio non abbandona mai l’umanità che ha creato, e che anche le prove più dure possono portare frutti di grazia, abbiamo accettato la lontananza dall’altare del Signore come un tempo di digiuno eucaristico, utile a farcene riscoprire l’importanza vitale, la bellezza e la preziosità incommensurabile. Appena possibile però, occorre tornare all’Eucaristia con il cuore purificato, con uno stupore rinnovato, con un accresciuto desiderio di incontrare il Signore, di stare con lui, di riceverlo per portarlo ai fratelli con la testimonianza di una vita piena di fede, di amore e di speranza.

Questo tempo di privazione ci può dare la grazia di comprendere il cuore dei nostri fratelli martiri di Abitene (inizi del iv secolo), i quali risposero ai loro giudici con serena determinazione, pur di fronte a una sicura condanna a morte: «Sine Dominico non possumus». L’assoluto non possumus (non possiamo) e la pregnanza di significato del neutro sostantivato Dominicum (quello che è del Signore) non si possono tradurre con una sola parola. Una brevissima espressione compendia una grande ricchezza di sfumature e significati che si offrono oggi alla nostra meditazione:

— Non possiamo vivere, essere cristiani, realizzare appieno la nostra umanità e i desideri di bene e di felicità che albergano nel cuore senza la Parola del Signore, che nella celebrazione prende corpo e diventa parola viva, pronunciata da Dio per chi oggi apre il cuore all’ascolto;

— Non possiamo vivere da cristiani senza partecipare al Sacrificio della Croce in cui il Signore Gesù si dona senza riserve per salvare, con la sua morte, l’uomo che era morto a causa del peccato; il Redentore associa a sé l’umanità e la riconduce al Padre; nell’abbraccio del Crocifisso trova luce e conforto ogni umana sofferenza;

— Non possiamo senza il banchetto dell’Eucaristia, mensa del Signore alla quale siamo invitati come figli e fratelli per ricevere lo stesso Cristo Risorto, presente in corpo, sangue, anima e divinità in quel Pane del cielo che ci sostiene nelle gioie e nelle fatiche del pellegrinaggio terreno;

— Non possiamo senza la comunità cristiana, la famiglia del Signore: abbiamo bisogno di incontrare i fratelli che condividono la figliolanza di Dio, la fraternità di Cristo, la vocazione e la ricerca della santità e della salvezza delle loro anime nella ricca diversità di età, storie personali, carismi e vocazioni;

— Non possiamo senza la casa del Signore, che è casa nostra, senza i luoghi santi dove siamo nati alla fede, dove abbiamo scoperto la presenza provvidente del Signore e ne abbiamo scoperto l’abbraccio misericordioso che rialza chi è caduto, dove abbiamo consacrato la nostra vocazione alla sequela religiosa o al matrimonio, dove abbiamo supplicato e ringraziato, gioito e pianto, dove abbiamo affidato al Padre i nostri cari che hanno completato il pellegrinaggio terreno;

— Non possiamo senza il giorno del Signore, senza la Domenica che dà luce e senso al succedersi dei giorni del lavoro e delle responsabilità familiari e sociali.

Per quanto i mezzi di comunicazione svolgano un apprezzato servizio verso gli ammalati e coloro che sono impossibilitati a recarsi in chiesa, e hanno prestato un grande servizio nella trasmissione della Santa Messa nel tempo nel quale non c’era la possibilità di celebrare comunitariamente, nessuna trasmissione è equiparabile alla partecipazione personale o può sostituirla. Anzi queste trasmissioni, da sole, rischiano di allontanarci da un incontro personale e intimo con il Dio incarnato che si è consegnato a noi non in modo virtuale, ma realmente, dicendo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 56). Questo contatto fisico con il Signore è vitale, indispensabile, insostituibile. Una volta individuati e adottati gli accorgimenti concretamente esperibili per ridurre al minimo il contagio del virus, è necessario che tutti riprendano il loro posto nell’assemblea dei fratelli, riscoprano l’insostituibile preziosità e bellezza della celebrazione, richiamino e attraggano con il contagio dell’entusiasmo i fratelli e le sorelle scoraggiati, impauriti, da troppo tempo assenti o distratti.

Questo Dicastero intende ribadire alcuni principi e suggerire alcune linee di azione per promuovere un rapido e sicuro ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia.

La dovuta attenzione alle norme igieniche e di sicurezza non può portare alla sterilizzazione dei gesti e dei riti, all’induzione, anche inconsapevole, di timore e di insicurezza nei fedeli.

Si confida nell’azione prudente ma ferma dei Vescovi perché la partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia non sia derubricata dalle autorità pubbliche a un “assembramento”, e non sia considerata come equiparabile o persino subordinabile a forme di aggregazione ricreative.

Le norme liturgiche non sono materia sulla quale possono legiferare le autorità civili, ma soltanto le competenti autorità ecclesiastiche (cfr. Sacrosanctum Concilium, 22).

Si faciliti la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni, ma senza improvvisate sperimentazioni rituali e nel pieno rispetto delle norme, contenute nei libri liturgici, che ne regolano lo svolgimento. Nella liturgia, esperienza di sacralità, di santità e di bellezza che trasfigura, si pregusta l’armonia della beatitudine eterna: si abbia cura quindi per la dignità dei luoghi, delle suppellettili sacre, delle modalità celebrative, secondo l’autorevole indicazione del Concilio Vaticano II: «I riti splendano per nobile semplicità» (Sacrosanctum Concilium, 34).

Si riconosca ai fedeli il diritto di ricevere il Corpo di Cristo e di adorare il Signore presente nell’Eucaristia nei modi previsti, senza limitazioni che vadano addirittura al di là di quanto previsto dalle norme igieniche emanate dalle autorità pubbliche o dai Vescovi.

I fedeli nella celebrazione eucaristica adorano Gesù Risorto presente; e vediamo che con tanta facilità si perde il senso della adorazione, la preghiera di adorazione. Chiediamo ai Pastori di insistere, nelle loro catechesi, sulla necessità dell’adorazione.

Un principio sicuro per non sbagliare è l’obbedienza. Obbedienza alle norme della Chiesa, obbedienza ai Vescovi. In tempi di difficoltà (ad esempio pensiamo alle guerre, alle pandemie) i Vescovi e le Conferenze Episcopali possono dare normative provvisorie alle quali si deve obbedire. La obbedienza custodisce il tesoro affidato alla Chiesa. Queste misure dettate dai Vescovi e dalle Conferenze Episcopali scadono quando la situazione torna alla normalità.

La Chiesa continuerà a custodire la persona umana nella sua totalità. Essa testimonia la speranza, invita a confidare in Dio, ricorda che l’esistenza terrena è importante, ma molto più importante è la vita eterna: condividere la stessa vita con Dio per l’eternità è la nostra meta, la nostra vocazione. Questa è la fede della Chiesa, testimoniata lungo i secoli da schiere di martiri e di santi, un annuncio positivo che libera da riduzionismi unidimensionali, dalle ideologie: alla preoccupazione doverosa per la salute pubblica la Chiesa unisce l’annuncio e l’accompagnamento verso la salvezza eterna delle anime. Continuiamo dunque ad affidarci con fiducia alla misericordia di Dio, a invocare l’intercessione della beata Vergine Maria, salus infirmorum et auxilium christianorum, per tutti coloro che sono provati duramente dalla pandemia e da ogni altra afflizione, perseveriamo nella preghiera per coloro che hanno lasciato questa vita, e al contempo rinnoviamo il proposito di essere testimoni del Risorto e annunciatori di una speranza certa, che trascende i limiti di questo mondo.

Dal Vaticano, 15 agosto 2020 Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa il 3 settembre 2020, al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha approvato la presente Lettera e ne ha ordinato la pubblicazione.

Robert Cardinale Sarah
Prefetto

Prot. n.432/20

Esaltazione della Santa Croce

  • 14 Settembre 2020 |

Recita questa preghiera

A colui che recita questa preghiera dopo la Comunione, dinanzi all’immagine di Gesù Crocifisso, è concessa l’indulgenza plenaria nei singoli venerdì del tempo quaresimale e nel Venerdì Santo; l’indulgenza parziale in tutti gli altri giorni dell’anno. (Pio IX) 

Eccomi, o mio amato e buon Gesù,
che alla santissima tua presenza prostrato,
Ti prego con il fervore più vivo
di stampare nel mio cuore
sentimenti di fede, di speranza e di carità,
di dolore dei miei peccati
e di proponimento di non più offenderti;
mentre io con tutto l’amore
e con tutta la compassione
vado considerando le tue cinque Piaghe,
cominciando da ciò che disse di Te, o mio Gesù,
il santo profeta Davide:
Hanno forato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa (Sal 21,17-18).

Pater, Ave e Gloria (per l’acquisto dell’indulgenza plenaria)

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà come in Cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli. 

 

Gesù mio, perdono e misericordia!
Per i meriti delle tue Sante Piaghe.

"Fratelli tutti", ecco la nuova enciclica del Papa

  • 10 Settembre 2020 |

Il mese scorso il Vescovo Domenico Pompili ha rivelato che Papa Francesco sta preparando una nuova enciclica papale - la terza del suo papato e la sua prima in cinque anni - per concentrarsi sul cambiamento economico, ambientale e spirituale necessario per affrontare le sfide moderne di oggi. L'enciclica si intitolerà "Fratelli tutti", e verrà firmata dal Papa ad Assisi il 3 ottobre, vigilia della festa di San Francesco d'Assisi proprio presso la tomba del santo. Anche questo titolo, "Fratelli tutti" come fu per "Laudato si" la seconda enciclica sono parole del Santo di Assisi a cui sappiamo che il Pontefice ampiamente si ispira tanto da sceglierne per la prima volta nella storia dei Papi il nome stesso.
       Il direttore della Sala stampa Vaticana, Matteo Bruni, ha riferito che quel "Fratelli tutti", va comunque inteso come "fratelli e sorelle tutti", in italiano è inclusivo. Vedremo come sarà tradotta nelle altre lingue visto che si vogliono evitare inutili accuse sessiste.

        Papa Francesco celebrerà la Messa presso la tomba di San Francesco, e al termine della Messa firmerà l'enciclica. Il Sig. Bruni ha affermato che "a causa della situazione sanitaria", intendendo la pandemia Covid-19 e le relative norme sanitarie, "il Santo Padre desidera effettuare la visita in forma privata, senza la partecipazione dei fedeli". Ha aggiunto che “una volta terminata la celebrazione” il papa tornerà in Vaticano.

Il custode del complesso francescano di Assisi, conosciuto come il “Sacro Convento”, il Rev. Mauro Gambetti, ha dichiarato in un comunicato alla stampa: “È con grande gioia e preghiera che accogliamo e attendiamo la visita privata di Papa Francesco. Un evento che metterà in luce l'importanza e la necessità della fraternità ”.        

        Fonti affermano che l'enciclica si concentrerà sul tema della fraternità umana, ovvero il riconoscimento reciproco come fratelli e sorelle, e l'importanza di questo nel mondo contemporaneo per la promozione della pace, dell'armonia e della solidarietà tra individui e nazioni. Il tema era al centro del documento pionieristico sulla fraternità umana che Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, hanno firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019. Francesco svilupperà questo tema nella nuova enciclica dal punto di vista cristiano, mentre allo stesso tempo si rivolge anche ad altri. 
        
Alcuni teologi avrebbero preferito che Papa Francesco usasse il termine "solidarietà", un suo concetto che sembra però essere più astratto e impersonale rispetto alla "fraternità". "Immagino che una parte importante del desiderio di Francesco sia quella di personalizzare la solidarietà con la fraternità", spiega Vincent Miller, professore di teologia e cultura all'Università di Dayton. "Una volta che spieghiamo la solidarietà, a molte persone piace." Fratello e sorella "funzionano senza spiegazioni".

Francesco vede anche "fraternità" come un termine che trascende le religioni e le culture, come nel documento sopra menzionato che firmò appunto nel 2019 ad Abu Dhabi.

        Il tema assume una particolare rilevanza vista la drammatica situazione nel mondo odierno in cui la pandemia di coronavirus sta causando grandi sofferenze a milioni di persone in più di 188 paesi e territori.



       

La Germania Cattolica ha fretta

  • 07 Settembre 2020 |

Non è più una novità che alla maggioranza della gerarchia cattolica tedesca stia stretta la dottrina che la Chiesa ha sempre insegnato in particolare su alcune tematiche come il sacerdozio femminile e l'ecumenismo. Su quest'ultimo tema l'Arcivescovo di Amburgo, Stefan Hesse qualche mese fa ci spiegava come fossero maturi i tempi per una condivisione comune delle chiese da parte cattolica e protestante alla luce anche delle sempre maggiori difficoltà economiche e della scarsità di frequentazione. Mons. Hesse volle rimarcare come fossero già in atto dei colloqui ufficiali. È ancora presto per valutare se si parlerà di condivisione delle Stefan Hessechiese: “Saranno presentate come chiese o centri sociali? Nulla è da escludere”. 
        È di pochi giorni fa, precisamente del 20 agosto 2020 un intervento dello stesso prelato che ha chiesto un dibattito aperto sull'ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica. "Bisogna avere il permesso di pensare e discutere le questioni", ha detto l'arcivescovo tedesco. Egli ha sostenuto che  "Ordinatio sacerdotalis ", la lettera apostolica di San Giovanni Paolo II del 1994 che affermava che la chiesa non può ordinare donne come sacerdoti, fu una risposta orientata a quelli che consideravano l'ordinazione delle donne una questione "aperta al dibattito" ed ha riaffermato il sacerdozio per soli uomini "in modo che ogni dubbio possa essere rimosso su una questione di grande importanza".

L'arcivescovo Hesse ha detto che nel dibattito sull'ordinazione delle donne sono emersi nuovi argomenti che dovevano essere affrontati. "La prospettiva storica è una cosa, ma non è tutto".
        L'arcivescovo Hesse è membro del forum su “Le donne nei ministeri e negli uffici nella Chiesa” nel progetto di riforma del “ cammino sinodale ” lanciato dalla Chiesa cattolica in Germania. Il progetto pone i laici - rappresentati dall'importante organizzazione laica tedesca, il Comitato centrale dei cattolici tedeschi - in dialogo con i vescovi di quel paese su una serie di argomenti rilevanti per la chiesa odierna, tra cui la sessualità, il celibato sacerdotale e il ruolo delle donne. Il comitato laico sostiene apertamente l'ordinazione delle donne sia come diaconi che come sacerdoti.

        L'arcivescovo ha affermato di sperare che i colloqui di riforma esaminino questioni controverse e che i vescovi comunichino i risultati a Roma. "Ma sono anche dell'opinione realistica che questo non darà una risposta o risolverà i problemi", ha detto.

Il progetto di riforma, annunciato nel 2019 come un “processo sinodale vincolante” in risposta a un rapporto del 2018 sugli abusi sessuali nella chiesa tedesca, ha catturato l'attenzione di Papa Francesco e del Vaticano. Nel giugno 2019, prima del primo incontro del gruppo, Papa Francesco ha scritto una lettera al gruppo che è stata interpretata nel senso che suggeriva alla chiesa in Germania di intraprendere un "viaggio sinodale" separato incentrato sull'evangelizzazione. Questa è stata seguita da una revisione legale vaticana lo scorso settembre, che ha affermato che il piano del viaggio sinodale per raggiungere decisioni vincolanti significava elevare quella realtà ad un "concilio plenario", che avrebbe richiesto l'approvazione del papa.

Un portavoce della Conferenza episcopale tedesca ha respinto la preoccupazione del Vaticano , affermando che Roma non aveva visto i documenti di pianificazione aggiornati che omettevano "alcuni passaggi a cui si riferisce la valutazione". Il portavoce ha detto che il cardinale Reinhard Marx, allora presidente della conferenza episcopale tedesca, intendeva incontrare il cardinale Marc Ouellet, la cui lettera accompagnava la revisione legale, per “chiarire eventuali malintesi”.

         

Alla fine, si è concluso che le decisioni del viaggio sinodale non sono canonicamente vincolanti e non dovranno essere approvate da Roma. Ma, come ha affermato Francesco nella sua lettera, qualsiasi riforma deve seguire l'insegnamento cattolico. L'attuazione delle decisioni spetterà a ciascun vescovo e diocesi tedesca.

Il nuovo presidente della chiesa tedesca, il vescovo Georg Batzing, ha chiesto che si tenga a Roma un sinodo in tutta la chiesa per discutere le conclusioni del viaggio sinodale.

A 54 anni, l'arcivescovo Hesse è il vescovo più giovane della Germania ed è stato particolarmente schietto sul cambiamento climatico e sulla crisi dei migranti europei.  A nome dei vescovi tedeschi, l'arcivescovo Hesse ha distribuito 100 milioni di euro in aiuti ai migranti e ha destinato 800 edifici di proprietà della chiesa inutilizzati per l'alloggio dei migranti.

Quando gli è stato chiesto se avesse sostenuto l'ordinazione sacerdotale di donne e persone che non si identificano come uomini, l'arcivescovo Hesse ha detto che stava entrando nei colloqui della riforma con una mente aperta. "Se i risultati sono già fissati all'inizio, allora non ho alcun interesse per il "viaggio sinodale."

 

 

Editoriale Settembre

  • 04 Settembre 2020 |

Editoriale Settembre 2020
Il cambio di paradigma.

 

Borromeo peste01Non è ormai una novità che nella Chiesa di oggi si parli sempre meno di Cristo e sempre più di misericordia di Dio, della bontà di Dio, della volontà di Dio di salvare tutti gli uomini in particolare quelli che sono maggiormente "impantanati" nel peccato anche se questi non cercano Cristo, non vogliono essere salvati, non desiderano la conversione. È in un corso un radicale cambio di paradigma dove nell'ecclesiologia odierna prevalgono sempre più termini come coscienza, volontà, conversione ecologica, accoglienza, responsabilità, economia responsabile, politiche sociali, politiche economiche, atteggiamento "green", ecc. ecc. Un linguaggio proprio di una certa categoria politica ma che male calza indosso ad una Chiesa sempre più vuota, anche nei numeri, di spiritualità, di coerenza e coraggio verso la Verità, di parole e azioni che profumino di Cristo e di tutto quello che ci ha insegnato, di preghiera, di Fede.

        Giunge notizia che Papa Francesco abbia deciso di sospendere per tutto il 2021 i viaggi apostolici, probabilmente in attesa di un vaccino contro il covid-19, mostrandoci più che una Chiesa "ospedale da campo", una Chiesa "aperta" si è potuta vedere una Chiesa sottomessa ad un governo da cui dipende anche per poter celebrare o meno una Santa Messa. Tutti sappiamo che l'emergenza covid ha modificato il nostro modo di vivere, ci ha imposto comportamenti ed attenzioni a noi sconosciute, ma la Chiesa Cattolica, non piegare la testa davanti a protocolli e disposizioni governative ma sempre agendo responsabilmente gestire l'emergenza senza sudditanza verso nessuno. "Bisogna obbedire al governo", hanno tuonato dall'alto, e tanti poveri preti che invocavano la riapertura almeno delle Sante Messe hanno dovuto mestamente tacere e sottostare allo scempio del Corpo di Cristo deposto su un guanto usa-e-getta, ai distanziamenti, ai gel disinfettanti al posto dell'acqua benedetta.

        Tutto questo a dispetto di tanti santi che hanno consumato la loro esistenza ad assistere lebbrosi, appestati, malati da cui stare distanti metri e metri. Da dove attingevano quella forza se non nella Fede in Cristo per poter agire come agirono? Non tentiamo di utilizzare la scappatoia ridicola di affermare che "beh però quelli erano santi" perché ciascuno di noi è chiamato alla santità alla sequela di Cristo. Eppure, e lo diciamo per chi non comprende o non vuol comprendere, che non si invita nessuno a diventare una novella Santa Teresa di Calcutta o un novello San Carlo Borromeo che quando a Milano arrivò carestia e pestilenza e la maggioranza dei nobili e benestanti fuggirono egli da Cardinale organizzò i rimanenti religiosi per nutrire e prendersi cura degli affamati e dei malati. Essi nutrirono più di 60.000 persone al giorno, iniziativa finanziata interamente dal cardinale, che si indebitava per nutrire gli affamati. Lui stesso visitava personalmente coloro che soffrivano dell’epidemia e lavava loro le ferite. Nonostante fosse in prima linea con i malati, il buon cardinale fu risparmiato, avendo vissuto altri sei anni dopo quella che sarebbe stata chiamata “la peste di San Carlo”.

         francesco e il lebbrosoVorrei anche ricordare un grande santo che ha ispirato il nome dell'attuale Pontefice. San Francesco. I lebbrosi in Assisi al tempo di san Francesco non se la passavano proprio bene. Nessuno portava loro la spesa a casa o potevano permettersi di annoiarsi causa isolamento davanti a film, serie TV e videogiochi. Siamo a conoscenza delle norme inesorabili previste dagli Statuti comunali per i lebbrosi in Assisi nel Medioevo. I colpiti da lebbra compaiono chiusi nelle loro cappe e tuniche di gattinello, stanati dai loro rifugi, inseguiti a gran corsa dai custodi del Podestà, trafelati col marcio che cola lungo il viso, dove la rabbia combatte la paura. Chi assisteva i lebbrosi negli ospedali, aveva il diritto di andare armato; i lebbrosi potevano vendere i beni solo fra loro; entrando nell’ospedale dei lebbrosi dovevano rinunciare a tutto. Erano gli statuti della civiltà di allora che sancivano questi diritti e questi doveri, San Bonaventura ci tramanda che Francesco, prima della conversione ‘aborriva non solo la compagnia dei lebbrosi, ma perfino il vederli da lontano. Dopo, a causa di Cristo crocifisso che, secondo le parole del profeta, ha assunto l’aspetto spregevole di un lebbroso, li serviva con umiltà e gentilezza, nell’intento di raggiungere il pieno disprezzo di se stesso. Visitava spesso le case dei lebbrosi; elargiva loro generosamente l’elemosina e con grande compassione ed affetto baciava loro le mani e il volto’.
Il Santo fondatore desiderava che di tempo in tempo tutti i suoi frati si dedicassero a questo servizio e ivi mettessero il fondamento della santa umiltà. Perfino ai nobili e alle persone delicate che si presentavano per essere ammessi all’Ordine, Francesco faceva riflettere che avrebbero dovuto abitare nei lazzaretti e servire umilmente i lebbrosi. Nella Regola ordinava anzi, che in caso di evidente necessità, i frati potessero raccogliere elemosine per i lebbrosi.

        Il sociologo americano Rodney Stark, scrivendo sull’ascesa del cristianesimo nei primi secoli, nota come fu decisivo il comportamento dei cristiani nelle epidemie: questi non fuggivano come i pagani fuori dalle città e non sfuggivano agli altri, ma, motivati dalla fede, si visitavano e sostenevano, pregavano insieme, seppellivano i morti. Tanto che il loro tasso di sopravvivenza fu più alto dei pagani per l’assistenza coscienziosa, pur senza medicamenti, e per il legame comunitario e sociale. I tempi cambiano, ma le recenti misure sul coronavirus sembrano banalizzare lo spazio della Chiesa, rivelando la mentalità dei governanti verso i quali la Chiesa ha deciso di chinare la testa.
E allora con tutta la prudenza che è necessaria è giusto che i governanti facciano i governanti e che i preti però facciano i preti.

La Redazione

 

Belgio: Il benestare agli atti omosessuali

  • 08 Maggio 2018 |

«La condanna degli atti omosessuali non è più sostenibile». Lo ha detto il cardinale De Kesel, arcivescovo di Bruxelles, parlando a un gruppo gay a cui ha anche anticipato il progetto di una qualche cerimonia religiosa per le unioni omosessuali. Che questo sia contrario alle Scritture, alla Tradizione e anche al magistero recente per il cardinale non fa problema.

Il cardinale De Kesel
Il cardinale Jozef De Kesel, l’uomo che ha distrutto – con la complicità della Santa Sede – la Comunità dei Santi Apostoli, fiorente di vocazioni nel Belgio de-cristianizzato, ha incontrato il gruppo gay HLMW il 24 aprile scorso e ha detto che «La Chiesa deve rispettare di più gli omosessuali, anche nella loro esperienza di sessualità». Cioè che atti come la sodomia, da sempre condannati nell’Antico e nel Nuovo Testamento potrebbero trovare un’approvazione ecclesiastica.

Inutile dire che tutto questo è in contrasto con la tradizione di sempre della Chiesa, le Sacre Scritture, il catechismo e vari documenti anche recenti della Santa Sede. Secondo la pagina web di propaganda gay hlwm.be, De Kesel avrebbe affermato che la condanna degli atti omosessuali «non è più sostenibile».

Naturalmente il cardinale, pupillo del cardinale Danneels, implicato in uno scandaloso caso di copertura di abusi sessuali, e grande amico e consigliere di Jorge Mario Bergoglio, ha fatto riferimento alle parole di Francesco «Chi sono io per giudicare»; ma non ha riportato, come troppo spesso accade in questi casi, l’intera citazione, in cui si fa riferimento al catechismo, e si è limitato all’uso che ne fanno i gruppi di attivismo omosessualista. De Kesel ha detto che solo dieci anni fa osservazioni come quelle che stava facendo non sarebbero state possibili. Una frecciata a Benedetto XVI, che, secondo quanto ci dicono, non aveva una grande stima dell’attuale arcivescovo di Malines-Bruxelles. E probabilmente, sapendo quanto fosse pignolo papa Ratzinger in tema di scelte episcopali, avrà avuto le sue buone ragioni.

De Kesel ha ammesso che egli stesso, venti anni fa, si sarebbe espresso diversamente sull'omosessualità e avrebbe seguito l'insegnamento del Nuovo Testamento e della Chiesa. Secondo De Kesel, la Chiesa in Europa «è cambiata in meglio»: Invece la Chiesa in Europa Orientale, Africa e Asia non sarebbe ancora «inclusa in questo cambiamento "in meglio"».

Ma De Kesel non si è limitato a questo. Nell’incontro, come hanno riportato non pochi giornali del Paese, il cardinale avrebbe detto di voler riflettere a una qualche forma di celebrazione di preghiera per dare un sigillo religioso a una relazione omosessuale. Inutile dire che seguendo questo modo di pensare il porporato entra in diretto contrasto sia con quello che insegna la Chiesa cattolica, sia anche – pare – con quello che afferma il Pontefice regnante.

Nell’incontro con la comunità di cui parlavamo, il cardinale ha confermato di stare riflettendo a un’ipotesi del genere. Nella conversazione si è parlato sia delle relazioni omosessuali che della distinzione fra di esse e un matrimonio cristiano fra un uomo e una donna. Il cardinale avrebbe detto che si augura di poter rispondere fra non molto alla richiesta, presente in omosessuali cattolici, di poter beneficiare di un riconoscimento simbolico della Chiesa per la loro unione.

I commentatori cattolici fanno notare che a dispetto del suo progressismo spinto, un matrimonio religioso sembrerebbe andare troppo avanti. E non sarebbe favorevole più di tanto a una “benedizione” ecclesiastica, perché la somiglianza con un matrimonio naturale sembrerebbe troppo forte. L’idea del porporato, per accontentare la sua platea omosessuale, sarebbe piuttosto quella di una “celebrazione di ringraziamento”, o di una “celebrazione di preghiera”. Però senza scambio di anelli…

Negri: «Sui divorziati risposati non ho cambiato posizione»

  • 19 Gennaio 2018 |

Per l'importanza dell'argomento e a causa di gravi equivoci generati dalle interpretazioni a proposito di una intervista concessa da monsignor Luigi Negri a un quotidiano, pubblichiamo le precisazioni fatteci pervenire dalla segreteria dell'arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio.

 

Precisazioni in merito ad alcuni recenti articoli
apparsi sui giornali e sui media in queste ultime settimane.


L’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio Mons Luigi Negri, riafferma la sua adesione alla “Professione di verità” sul matrimonio, proposta dai Vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider. Precisa che tale dichiarazione non è stata formulata in attacco ad alcuno, men che meno contro il Santo Padre Francesco, bensì intende affermare con chiarezza la fede cattolica circa alcune verità sulle quali la contemporaneità è profondamente segnata dalla confusione e dall’ambiguità.

Sua Eccellenza accoglie, con il dovuto ossequio, l’esortazione apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia, che ha opportunamente invitato ad una rinnovata attenzione verso ogni singola persona e soprattutto verso coloro che si trovano in situazioni familiari di difficoltà e di lontananza dalle norme morali e canoniche. Ritiene che quanto contenuto in essa, circa tale incoraggiamento alla sollecitudine pastorale, vada inteso secondo le regole dell’ermeneutica teologica, in conformità con tutti i documenti del Magistero autentico e permanente della Chiesa.

Monsignor Negri precisa che le sue affermazioni circa la necessità di un “discernimento caso per caso” in merito all’accesso al Sacramento dell’Eucaristia di quelle persone che sono dette “divorziati risposati” non possono che essere interpretate (come già definito stabilmente da Familiaris Consortio n° 84 e Sacramentum Caritatis n° 29) o riferendole al discernimento di quei casi in cui i “divorziati risposati” già vivono astenendosi dai rapporti propriamente coniugali; o all’accompagnamento di quanti, al fine di poter ricevere con frutto il Sacramento della Riconciliazione e così poi poter accedere al Sacramento dell’Eucaristia, si rendano disponibili ad un cammino penitenziale o di purificazione che li porti previamente a vivere in piena continenza; avendo sempre cura di evitare lo scandalo pubblico dei fedeli.

Ad ulteriore chiarimento si riportano di seguito le disposizioni fornite dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 22 ottobre 2014 a firma dell’allora segretario Mons Luis Ladaria Ferrer S.J. e che contengono le specifiche direttive circa tale discernimento ed accompagnamento, contro ogni forma di automatismo:

«Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati da un cammino penitenziale che porti alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Il Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n°84) ha considerato questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: “La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, “assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.  (cfr. anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n°29).

Il cammino penitenziale da intraprendere deve considerare i seguenti elementi:
1) verificare la validità del matrimonio religioso nel rispetto della verità, evitando di dare l'impressione di una forma di “divorzio cattolico”;
2) vedere eventualmente se le persone, con l'aiuto della grazia, possono separarsi dai loro nuovi partner e riconciliarsi con quelli da cui si sono separati;
3) invitare le persone divorziate risposate, che per gravi motivi (per esempio i bambini) non possono separarsi dai loro congiunti, a vivere come “fratello e sorella”.

In ogni caso l'assoluzione può essere concessa solo se c'è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti propri dei coniugi e facendo, in questo senso, tutto quello che è in suo potere.”»

Per questo, si precisa infine che tutte le supposizioni contrarie a quanto ivi contenuto sono frutto di interpretazioni personali e non condivise con l’arcivescovo.

Ufficio Stampa di S.E.R. Mons Luigi Negri
Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

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