Chiesa cattolica: un cambio di paradigma che viene da lontano.

Mi capita spesso, in particolare davanti a chi è giunto ad una conversione da poco o chi non ha avuto tempo e possibilità di approfondire certe tematiche inerenti la Chiesa Cattolica e la sua dottrina che mi viene chiesto ma com'era la Chiesa 50-60 anni fa? Come siamo arrivati a questa Chiesa?

        Sgombriamo subito il campo dicendo che stiamo parlando dell'unica Chiesa di Cristo. Non ci sono differenti chiese nell'alveo cattolico. Certamente i diversi tempi storici che la Sposa di Cristo ha dovuto affrontare e superare hanno evidenziato come contingenze di natura eterogenea hanno influito, a volte in modo più importante, nel percorso che Cristo stesso aveva tracciato: la proclamazione del Vangelo, il nutrimento dei fedeli attraverso i Sacramenti, l'insegnamento della sana dottrina, una retta interpretazione delle Scritture, il dovere primario della "salus animarum" come necessità ontologica.

        Vi sono stati diversi processi che hanno portato la Chiesa cattolica alla condizione in cui oggi versa, principalmente sotto l'aspetto pastorale, ricordando le tante volte in cui il Pontefice Papa Francesco l'ha paragonata ad un "ospedale da campo" dopo una battaglia, possiamo dire a ragion veduta che in questo ospedale da campo la stessa Chiesa versa in gravi condizioni ed è in continuo peggioramento.
Ignorare questa reale condizione o fingere che vada tutto bene denota una grave cecità, non soltanto spirituale.

        Sono tanti coloro che, in diversi modi e a differenti livelli, ravvisano nell'attuale Pontefice una delle cause primarie di questo aggravamento. In questo breve excursus cercheremo di essere precisi ed obbiettivi illustrando come questa situazione sia precipitata sempre più a partire dal post-concilio fino ad oggi. Obbiettivamente tanto è stato fatto da Papa Francesco, che indipendentemente da una precisa volontà o meno, ha messo la Chiesa e tutto il suo popolo in un difficilissima situazione. Ma cerchiamo di capire come il "paradigma Bergoglio" abbia prevalso anche lì dove avrebbe potuto trovare delle resistenze e perché viene da lontano.
        Come tutti sapranno Papa Francesco fa parte di quella grande famiglia religiosa che sono i gesuiti.

Ignazio di Loyola01 La Compagnia di Gesù fu fondata da Sant'Ignazio di Loyola nel 1540 e approvata da papa Paolo III con la bolla Regimini Militantis ecclesiae. Il fine primario della Congregazione fu la maggior gloria di Dio (da qui il motto ad Maiorem Dei Gloriam) e la reazione contro l’eresia protestante. 
        Accadde però che non essendo riusciti a sradicare il protestantesimo, dopo quattro secoli e mezzo, pensarono di cambiare strategia e decisero di assimilarlo dando vita ad un processo d'integrazione. Tra i principali innovatori in tal senso vi è certamente il gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) che reputò necessaria la modifica della stessa identità della Chiesa cattolica e della Sua dottrina.
        Tra le frasi celebri di questo gesuita vi è questa: «Roma ed io abbiamo due concezioni diverse del mondo. Talvolta, nutro un vero e proprio odio verso tutto ciò che la storica e naturale Istituzione di Cristo oggi rappresenta»!
        Le sue opere come “La scienza e Cristo”, “Il fenomeno umano” e “L’ambiente divino” vennero condannate dal Sant’Uffizio, il 30 giugno 1962, con un “Monitum”, perché “racchiudono tali ambiguità ed errori, anche gravi, che offendono la dottrina cattolica”. La gravità delle sue affermazioni fu attestata anche dall'allora card. Ratzinger nel libro "Principles of Chatolic Theology” (“Princìpi di Teologia Cattolica”, Ignatius Press, San Francisco, 1987).

        Purtroppo i pensieri anticattolici di questo gesuita, che operò anche come paleontologo cercando di dimostrare e coniugare con il cattolicesimo la teoria dell'Evoluzione della specie, penetrarono anche il Concilio Vaticano II. Nella "Gaudium et Spes", possiamo trovare tutto il sapore teilhardiano. Il suo stesso ordine religioso La Compagnia di Gesù lo aveva sospeso dall’insegnamento delle materie di carattere filosofico-teologico e gli aveva proibito di pubblicare più nulla su quelle tematiche. Ma la "rivoluzione modernista" stava permeando non pochi teologi, autori e parecchia Gerarchia ecclesiastica.
Pierre Teilhard de Chardin        Con la "Nouvelle Théologie" verrà assestato un altro colpo decisivo per quello che ho denominato il cambio di paradigma della Chiesa cattolica tradizionale fondata sulla teologia scolastica. Tra i padri di questa "falsa teologia" ci fu il gesuita Henri de Lubac (1896-1991) che giunse a negare che i dogmi di Fede fossero assoluti, affermò che il Magistero della Chiesa avrebbe potuto mutare seguendo “tranquillamente” l’umore della coscienza umana, arrivando al concetto di umanità “autosufficiente.” Demolì il dogma del peccato originale nel senso inteso dalla Chiesa, mortificando il valore della Rivelazione e della Redenzione ridotte a realtà accessorie sulla base della visione gnostica di questa "nuova teologia".henri marie de lubac
        L’ex Sant’Uffizio esortò gli ordinari e i superiori di istituti religiosi, i rettori dei seminari e delle università a tutelare le anime dai rischi nascosti nelle trame dei suoi scritti, a partire dal concetto di creazione, che contemplava la teologia del “Cristo cosmico” e della noosfera, intesa come “coscienza collettiva”. La manovra messa in atto dai Gesuiti, alla fine degli anni Cinquanta, fu la sostituzione degli “assolutismi” del cattolicesimo, per giungere a un’osmosi etico-morale di natura ecumenica con il protestantesimo.

        Nel 1850 la Compagnia di Gesù fondò la rivista “La Civiltà Cattolica”. Nei primi decenni del nuovo secolo cambiò paradigma, prendendo una deriva antitetica alle battaglie che aveva affrontato. Si esternarono così le tesi eretiche del gesuita tedesco Karl Rahner (perito del cardinale Franz König durante il Vaticano II), imposto e studiato nei seminari e divenuto protagonista della svolta conciliare. Egli osò dire: “Nostro Signore deve conformarsi al mondo, non quest’ultimo a Lui!”. Il suo “cristianesimo anonimo” decretò che “chiunque segue la propria coscienza, cristiano o non cristiano, ateo o credente, ebbene tale persona è accettata da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiano-cattolica noi confessiamo come fine di tutti gli uomini”.
        La sua influenza si dimostrò devastante; la sua “dottrina”, presentandosi come un simulacro d’ortodossia, di fatto cedette ai desideri del mondo.  Rahner invitò all’abbraccio tra teologia e filosofia, contrastato da chi gli obiettava che “se la Verità (teologia) cede alla filosofia, o trattiamo la Verità come tale, o non siamo più di fronte alla Verità, ma al mero relativismo”.

     karl rahner01   Il suo ideale di Chiesa “inclusiva” necessita, secondo il suo pensiero, di un impianto ecclesiale rivoluzionario: nuove pastorali, nuovi sacramenti, nuova teologia e nuova liturgia, affinché si possa “traslocare” la centralità di Gesù Cristo e la sua Presenza Reale in favore dell’uomo.
        L’umanità è destinata a ricevere, a suo tempo, per mezzo della Grazia, la divinizzazione promessa, ma il gesuitismo sottrae all’uomo l’esperienza fondamentale della Croce, abolendo la conversione al Cristo Crocifisso, morto e risorto. Il povero viene usato per “divinizzare” l’uomo, senza pensare che anche il povero, come disse Madre Teresa di Calcutta, deve convertirsi a Cristo. La pastorale, com’è d’uso nel gesuitismo, sostituisce la dottrina e chi non accetta questo “dogma” pecca contro la misericordia.

        Questa teologia è parte integrante del modernismo, già definito “sintesi di tutte le eresie” da San Pio X nell’Enciclica del 1907 Pascendi Dominici grecis; il quale a proposito dei Gesuiti affermerà: “Non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici più dannosi della Chiesa”. Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita, dichiarò che “la Chiesa è in ritardo di almeno 300 anni”. In ritardo rispetto a cosa? Alla modernità! Fu un appello a evitare le dispute dottrinali per collaborare soprattutto all’incontro ecumenista. “Grazie” all’invito, i protestanti furono fatti entrare, come “cavalli di Troia”, in qualità di periti dentro il Concilio Vaticano II e integrati in seno al cattolicesimo, il quale non potrà che essere contaminato dai loro “adattamenti teologici”.

        L’amletico Paolo VI riconobbe, più o meno convintamente, i gruppi carismatici cattolici originati dall’integrazione con i non cattolici e i non cristiani. La formazione dei loro incontri ecumenici vide sempre i Gesuiti come protagonisti. Negli incontri si abbandonarono il Signum Crucis e l’affermazione centrale e cruciale del credo cristiano cattolico  “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”  per una generica evocazione dello “spirito”.
Ci si concentrò sull’appagamento di una presunta unità insieme ai presenti (cattolici, pentecostali protestanti e non cristiani) sulla base di singole emozioni, facendo credere di adorare una stessa “energia divina”. Il Dio tutt’Uno del De Chardin panteista divenne “un sogno” possibile, e anche il sogno di una umanità “fusa in Dio” (ovviamente non cattolico).


        E Gesù Cristo si trasformò in un maestro universale, nato dalla “Nuova Èra” grazie alla spinta spiritualistica dei movimenti carismatici. Non fu più il “capo del Corpo, cioè della Chiesa” (Colossesi 1:18). Il gesuita indiano Anthony de Mello (1931-87), scomunicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, definì Dio “puro vuoto”, e Gesù Cristo non “figlio di Dio” ma “colui che ha insegnato che tutti gli uomini sono figli di Dio”.
Affermò, in un mix di cristianesimo e tradizioni orientali, che “la mente ha un potere che trasforma i desideri in realtà”. Anthony de Mello è morto, ma i suoi insegnamenti sono entrati nella nuova tradizione degli esercizi del gesuitismo.


        Ricorrere ai sogni, ai desideri, per renderli una realtà indipendentemente dal sogno o dal desiderio, è tipico del “magistero” gesuitico. Speculazione che si ritrova nella New Age, movimento condannato dalla Chiesa per le sue tesi incompatibili e opposte al cristianesimo, della quale comunque il “pio” gesuita De Chardin fu uno dei principali ispiratori. Il pastore protestante Rick Warren, studente dei centri di formazione dei Gesuiti, scrisse: “La Chiesa (somma di tutte le comunità cristiane cattoliche e non) è più grande di qualsiasi organizzazione al mondo. Tuttavia possiamo allargarci, includere, far entrare i musulmani, i buddhisti, gli induisti, tutte le religioni. Sento davvero che dobbiamo costruire ponti e abbattere ogni muro”… Non sono forse le stesse parole uscite dalla bocca di Papa Francesco?
        I Gesuiti si sono sempre sentiti prima Gesuiti e poi cattolici. Nel corso del XX secolo si convinsero, come nel XVI, che la Chiesa versasse in pericolo mortale e che solo loro potessero scongiurare la catastrofe. Nel 1954 Pio XII mostrò al suo confessore gesuita padre Entrich gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola: “Qui dentro troviamo la Compagnia di Gesù come Noi l’amiamo. Lo spirito di disciplina della Compagnia si è affievolito […] Noi siamo molto preoccupati dei Gesuiti di oggi. Ci rivolgiamo un rimprovero, di non esser intervenuti in modo più energico”. Il Venerabile Pio XII si chiedeva forse se sarebbe stato opportuno intervenire nella maniera di Clemente XIV?
        Durante il papato di Benedetto XVI, il gesuitismo ritenne che la tradizione si stesse troppo rivalutando, che si tornasse indietro nella storia della Chiesa, e l’occasione della sua rinuncia fu troppo ghiotta per non approfittarne. Benedetto, in occasione della 35esima Congregazione Generale della Compagnia di Gesù nel gennaio 2008, pretese il rispetto della fedeltà, sancita dal caratteristico “quarto voto” di obbedienza al Successore di Pietro, e chiese con fermezza che “la congregazione generale riaffermi la propria totale adesione alla dottrina cattolica”.

       Bergoglio vescovo01 Torniamo ai giorni nostri. Jorge Mario Bergoglio entrò nella Compagnia di Gesù nel 1958 e fu ordinato sacerdote nel 1969. Durante quegli undici anni, ricevette una formazione filosofica e dottrinale di stampo neomodernista, impregnata del pensiero dei confratelli europei (Rahner, de Lubac, Danielou, etc.) del movimento pseudo-teologico conosciuto come Nouvelle Theologie, corrente che come detto, seppur con qualche frenata non risolutiva dall’Humanae Vitae di Paolo VI al pontificato di Benedetto XVI, prese il sopravvento sulla scolastica tomista al Concilio Vaticano II.

       

I “nuovi teologi” riprendono le teorie moderniste dell’evoluzione dei dogmi, il relativismo morale, la confusione nel rapporto tra natura e Grazia, sostituendo il cristocentrismo con l’antropocentrismo.



Questo spiega i gravissimi errori dottrinali del magistero di Papa Francesco. A motivo di questa nuova visione teologica trovano posto le tante affermarzione del Pontefice, partendo da un interpretazione casuistica della pastorale, propria dei gesuiti. Nel magistero di papa Francesco, per esempio, l’adulterio e il concubinato non sono più atti intrinsecamente malvagi, mentre lo diviene la pena di morte. Per il pontefice regnante l’adultero e il reo non sono mai pienamente responsabili delle loro scelte, subendo il condizionamento delle circostanze, perciò non possono essere puniti. Se la persona non è colpevole delle scelte che compie, sparisce la giustizia, lasciando campo libero alla sola “misericordia”.
        In realtà, si tratta di un errato concetto di “misericordia”, poiché la vera Misericordia non è una “licenza” al male, né un’impunità alla colpa.
Dobbiamo anche dire che questo pontificato è il sintomo, non la causa della deriva dottrinale degli ultimi cinquant’anni. Abbiamo visto come questo fu reso possibile con un significativo apporto proprio dei Gesuiti durante il Concilio Vaticano II.

        Vogliamo riaffermare, a chi è convinto che un "buon cattolico" non possa parlare "male" del Papa e ci indica come coloro che lo fanno, che nessuno sta parlando "male" di Papa Francesco, che è il legittimo Pontefice eletto per mezzo di un regolare conclave, ma vogliamo anche con fermezza difendere la Verità che Cristo ci ha donato e che la Chiesa ha custodito nei secoli anche con il martirio e ricordare che il Papa, un qualsiasi Papa, non è sempre infallibile, ma soltanto quando egli parlando come capo universale della Chiesa si pronuncia "ex cathedra" su questioni inerenti la Fede e la morale. Va da sé che al di fuori di queste materie e condizioni il Papa non è infallibile e dunque può sbagliare. Ad esempio ciò che dice un Papa in un’intervista non impegna la sua infallibilità. Ciò naturalmente non significa che tutto quello che ha detto sia opinabile.

        La suprema legge nella Chiesa, si legge nel codice di Diritto canonico, è la salus animarum e il primo balsamo per le anime è la Verità a cui è sottomesso lo stesso Vicario di Cristo. Quindi sì obbedienza, ma non papolatria. Infatti il codice di Diritto canonico al n. 212 chiede ai fedeli da una parte obbedienza ai pastori e dall’altra riconosce a loro il diritto di esprimere delle riserve “su ciò che riguarda il bene della chiesa”. Riportiamo alla lettera il punto 2 e 3 del canone 212:

§2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona.

        Nulla di nuovo sotto il sole. San Paolo criticò Pietro, primo Papa della storia, in merito all’obbligo da parte dei convertiti di sottoporsi al giudaismo: “Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Il problema sta nel fatto che Paolo riprendeva Pietro per un aspetto pastorale e invece sono molteplici le critiche mosse a Papa Francesco da diversi soggetti inclusi alti prelati e teologi, sono soprattutto di carattere dottrinale.
        Ci si chiede, ma tutto questo potrebbe scandalizzare i fedeli, in particolare quando si sta parlando del Santo Padre. Di fronte a un simile rischio di scandalo è sempre doveroso e preferibile annunciare la Verità, con i giusti modi e il dovuto rispetto non è ammissibile che nella Chiesa regni la confusione, il dubbio, il sospetto. Oggi più che mai serve chiarezza e tanta preghiera, nella consapevolezza che Cristo non permetterà che il male vinca e preghiamo per il Papa con le stesse parole che furono di Gesù: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli». (Lc. 22, 31-32).
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Editoriale Settembre

Editoriale Settembre 2020
Il cambio di paradigma.

 

Borromeo peste01Non è ormai una novità che nella Chiesa di oggi si parli sempre meno di Cristo e sempre più di misericordia di Dio, della bontà di Dio, della volontà di Dio di salvare tutti gli uomini in particolare quelli che sono maggiormente "impantanati" nel peccato anche se questi non cercano Cristo, non vogliono essere salvati, non desiderano la conversione. È in un corso un radicale cambio di paradigma dove nell'ecclesiologia odierna prevalgono sempre più termini come coscienza, volontà, conversione ecologica, accoglienza, responsabilità, economia responsabile, politiche sociali, politiche economiche, atteggiamento "green", ecc. ecc. Un linguaggio proprio di una certa categoria politica ma che male calza indosso ad una Chiesa sempre più vuota, anche nei numeri, di spiritualità, di coerenza e coraggio verso la Verità, di parole e azioni che profumino di Cristo e di tutto quello che ci ha insegnato, di preghiera, di Fede.

        Giunge notizia che Papa Francesco abbia deciso di sospendere per tutto il 2021 i viaggi apostolici, probabilmente in attesa di un vaccino contro il covid-19, mostrandoci più che una Chiesa "ospedale da campo", una Chiesa "aperta" si è potuta vedere una Chiesa sottomessa ad un governo da cui dipende anche per poter celebrare o meno una Santa Messa. Tutti sappiamo che l'emergenza covid ha modificato il nostro modo di vivere, ci ha imposto comportamenti ed attenzioni a noi sconosciute, ma la Chiesa Cattolica, non piegare la testa davanti a protocolli e disposizioni governative ma sempre agendo responsabilmente gestire l'emergenza senza sudditanza verso nessuno. "Bisogna obbedire al governo", hanno tuonato dall'alto, e tanti poveri preti che invocavano la riapertura almeno delle Sante Messe hanno dovuto mestamente tacere e sottostare allo scempio del Corpo di Cristo deposto su un guanto usa-e-getta, ai distanziamenti, ai gel disinfettanti al posto dell'acqua benedetta.

        Tutto questo a dispetto di tanti santi che hanno consumato la loro esistenza ad assistere lebbrosi, appestati, malati da cui stare distanti metri e metri. Da dove attingevano quella forza se non nella Fede in Cristo per poter agire come agirono? Non tentiamo di utilizzare la scappatoia ridicola di affermare che "beh però quelli erano santi" perché ciascuno di noi è chiamato alla santità alla sequela di Cristo. Eppure, e lo diciamo per chi non comprende o non vuol comprendere, che non si invita nessuno a diventare una novella Santa Teresa di Calcutta o un novello San Carlo Borromeo che quando a Milano arrivò carestia e pestilenza e la maggioranza dei nobili e benestanti fuggirono egli da Cardinale organizzò i rimanenti religiosi per nutrire e prendersi cura degli affamati e dei malati. Essi nutrirono più di 60.000 persone al giorno, iniziativa finanziata interamente dal cardinale, che si indebitava per nutrire gli affamati. Lui stesso visitava personalmente coloro che soffrivano dell’epidemia e lavava loro le ferite. Nonostante fosse in prima linea con i malati, il buon cardinale fu risparmiato, avendo vissuto altri sei anni dopo quella che sarebbe stata chiamata “la peste di San Carlo”.

         francesco e il lebbrosoVorrei anche ricordare un grande santo che ha ispirato il nome dell'attuale Pontefice. San Francesco. I lebbrosi in Assisi al tempo di san Francesco non se la passavano proprio bene. Nessuno portava loro la spesa a casa o potevano permettersi di annoiarsi causa isolamento davanti a film, serie TV e videogiochi. Siamo a conoscenza delle norme inesorabili previste dagli Statuti comunali per i lebbrosi in Assisi nel Medioevo. I colpiti da lebbra compaiono chiusi nelle loro cappe e tuniche di gattinello, stanati dai loro rifugi, inseguiti a gran corsa dai custodi del Podestà, trafelati col marcio che cola lungo il viso, dove la rabbia combatte la paura. Chi assisteva i lebbrosi negli ospedali, aveva il diritto di andare armato; i lebbrosi potevano vendere i beni solo fra loro; entrando nell’ospedale dei lebbrosi dovevano rinunciare a tutto. Erano gli statuti della civiltà di allora che sancivano questi diritti e questi doveri, San Bonaventura ci tramanda che Francesco, prima della conversione ‘aborriva non solo la compagnia dei lebbrosi, ma perfino il vederli da lontano. Dopo, a causa di Cristo crocifisso che, secondo le parole del profeta, ha assunto l’aspetto spregevole di un lebbroso, li serviva con umiltà e gentilezza, nell’intento di raggiungere il pieno disprezzo di se stesso. Visitava spesso le case dei lebbrosi; elargiva loro generosamente l’elemosina e con grande compassione ed affetto baciava loro le mani e il volto’.
Il Santo fondatore desiderava che di tempo in tempo tutti i suoi frati si dedicassero a questo servizio e ivi mettessero il fondamento della santa umiltà. Perfino ai nobili e alle persone delicate che si presentavano per essere ammessi all’Ordine, Francesco faceva riflettere che avrebbero dovuto abitare nei lazzaretti e servire umilmente i lebbrosi. Nella Regola ordinava anzi, che in caso di evidente necessità, i frati potessero raccogliere elemosine per i lebbrosi.

        Il sociologo americano Rodney Stark, scrivendo sull’ascesa del cristianesimo nei primi secoli, nota come fu decisivo il comportamento dei cristiani nelle epidemie: questi non fuggivano come i pagani fuori dalle città e non sfuggivano agli altri, ma, motivati dalla fede, si visitavano e sostenevano, pregavano insieme, seppellivano i morti. Tanto che il loro tasso di sopravvivenza fu più alto dei pagani per l’assistenza coscienziosa, pur senza medicamenti, e per il legame comunitario e sociale. I tempi cambiano, ma le recenti misure sul coronavirus sembrano banalizzare lo spazio della Chiesa, rivelando la mentalità dei governanti verso i quali la Chiesa ha deciso di chinare la testa.
E allora con tutta la prudenza che è necessaria è giusto che i governanti facciano i governanti e che i preti però facciano i preti.

La Redazione

 

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L’equivoco perdono degli eretici Valdesi

La richiesta di perdono del 22 giugno scorso di Papa Francesco ai Valdesi, nel loro tempio di Torino, ha ulteriormente confuso le idee a molti cattolici.

In un articolo a firma di Ignazio Ingrao su Panorama dello stesso giorno leggiamo che : «Il dialogo tra cattolici e valdesi a partire dal Concilio Vaticano II non si è mai interrotto. (…) Benedetto XVI, che pure proviene da una nazione come la Germania, dove il dialogo con i luterani è all’ordine del giorno, forse aveva alzato troppo la posta dal punto di vista teologico per poter vedere dei risultati immediati. Francesco ha riportato il confronto ecumenico sui temi concreti, il “dialogo della vita”, come si dice, contrapposto al “dialogo dei teologi”».

Di dialogo in dialogo – questo ciclopico “motore dialogico” avviato proprio con il Concilio Vaticano II – si è innescato, anno dopo anno, un caos babilonico che sconcerta sempre più la gente e rende sempre più indifesi e vulnerabili sia il Vicario di Cristo che la Chiesa.

     Ad iniziare a chiedere perdono fu Giovanni Paolo II. Lo fece per diverse realtà della storia nelle quali vedeva la responsabilità diretta o indiretta di uomini appartenenti ad essa. Papa Wojtyła ha cercato la strada della pace attraverso due sentieri: appellandosi direttamente ai responsabili delle violenze e attraverso il mea culpa. La Chiesa, per il Papa, non poteva varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri veniva inteso come un atto di lealtà e di coraggio.

     La Congregazione per la dottrina della fede in difesa dell’atto papale scrisse: «Le richieste di perdono fatte dal vescovo di Roma in questo spirito di autenticità e di gratuità hanno suscitato reazioni diverse: la fiducia incondizionata del Papa ha dimostrato di avere nella forza della Verità incontrato un’accoglienza generalmente favorevole, all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale. Non pochi hanno sottolineato l’accresciuta credibilità dei pronunciamenti ecclesiali, conseguente a questo comportamento. Non sono però mancate alcune riserve… Tra consenso e disagio, si avverte il bisogno di una riflessione, che chiarisca le ragioni, le condizioni e l’esatta configurazione delle richieste di perdono relative alle colpe del passato».

     Il consenso, oggi come nell’anno giubilare del 2000, viene dai «lontani» e dai «media», mentre quelli che abitano dentro la Chiesa (clero e non) sono ancora in attesa di risposte convincenti e di riflessioni non demagogiche, né buoniste, ma reali, basate sulla fede autentica.

Intanto, nell’attesa di risposte, il “motore dialogico” prosegue la sua caduta libera e le linee le dettano coloro che hanno abbandonato Roma nel corso dei secoli, come i Valdesi. Non c’è conversione alcuna da parte di questi protestanti, ma volontà di annacquare con i loro errori il magistero della Chiesa. Non a caso, infatti, il moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini (all’incontro erano presenti anche i metodisti, rappresentati dalla presidente Alessandra Trotta, nonché i rappresentanti delle Chiese evangeliche sorelle luterane, battiste, avventiste, salutiste), durante il suo discorso di fronte al «fratello in Cristo», ha azzardato e messo in campo questioni molto scottanti, affermando: «Dovremo affrontare, però, anche questioni teologiche tuttora aperte. E poiché ci è data oggi questa bella occasione di incontro e di dialogo, vorrei proporne almeno due che ci stanno particolarmente a cuore. La prima è questa: il concilio Vaticano II ha parlato delle chiese evangeliche come di “comunità ecclesiali”. A essere sinceri, non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa? Conosciamo le ragioni che hanno spinto il Concilio a adottare quell’espressione, ma riteniamo che essa possa e debba essere superata. Sarebbe bello se questo accadesse nel 2017 (o anche prima!), quando ricorderemo i 500 anni della Riforma protestante.

È nostra umile ma profonda convinzione che siamo Chiesa: certo peccatrice, semper reformanda, pellegrina che, come l’apostolo Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta (Filippesi 3,14), ma chiesa, chiesa di Gesù Cristo, da Lui convocata, giudicata e salvata, che vive della sua grazia e per la sua gloria. La seconda questione, che sappiamo quanto sia delicata, è quella dell’ospitalità eucaristica. Tra le cose che abbiamo in comune ci sono il pane e il vino della Cena e le parole che Gesù ha pronunciato in quella occasione. Le interpretazioni di quelle parole sono diverse tra le chiese e all’interno di ciascuna di esse. Ma ciò che unisce i cristiani raccolti intorno alla mensa di Gesù sono il pane e il vino che Egli ci offre e le Sue parole, non le nostre interpretazioni che non fanno parte dell’Evangelo. Sarebbe bello se anche in vista del 2017 [500 anni dalla Riforma ndr] le nostre chiese affrontassero insieme questo tema».

     «Le nostre chiese»? Una è la Chiesa di Cristo e bene lo sapeva san Giovanni Bosco, il quale fece erigere, al numero 13 di corso Vittorio Emanuele II di Torino, la chiesa di San Giovanni Evangelista, con annesso Oratorio di San Luigi e scuola (opera familiarmente detta il «San Giovannino»); ciò fece per essere molto vicino al tempio valdese, presente al numero 23 dello stesso corso. Don Bosco, infatti, toglieva l’errore, evangelizzava e convertiva. Ed ecco che i suoi frutti furono molto copiosi. Egli rispose in mille modi agli errori valdesi: con scritti, con conferenze, con prediche.

     Citiamo in particolare un testo, ancora oggi pubblicato, Conversione di una valdese (Amicizia Cristiana), nella quale Giuseppa, la protagonista convertita, viene incalzata da un valdese rimasto tale e la loro conversazione è più attuale che mai : «Non importa che questa religione sia incomoda e pesante, purché conduca all’eterna salvezza: e il Signore ci fa sentire nel Vangelo, che la strada stretta e spinosa conduce all’eterna salute. Voi volete una religione comoda, la quale lasci la gente in libertà di far quello che ognuno vuole; ma sappiate, che né gli ubriaconi (sic), né i ladri; né gli adulteri, né altra gente di simil fatta entrerà nel regno dei cieli; vi prego però a prescindere di disputare ulteriormente, perché voi perdete tempo». «Nemmeno io voglio disputare: ma voglio almeno che mi concediate che i protestanti osservano la loro religione meglio dei cattolici». «Nel senso che dite voi». «In qual senso?». «Nel senso, che la religione protestante è una religione più comoda e più favorevole alle passioni».

E così conclude Don Bosco: «Il semplice confronto del protestantesimo col cattolicesimo possiamo dire essere stato il lume che fece conoscere a Giuseppa la nullità della religione valdese. Difatti, l’osservare una religione che lascia libertà a ciascuno di credere quel che più gli aggrada, e nel modo che gli pare di leggere nella Sacra Scrittura; una chiesa, che è una società senza presidente, un corpo senza capo, chiesa che non ha vescovi, non sacerdoti, non altare, non sacrificio; una chiesa che si associa con tutte le stravaganze delle varie sette protestanti, ciascuna delle quali professa più articoli, che sono negati dalle altre; una chiesa di cui non mai si parlò ne’ dodici primi secoli del cristianesimo, e che non può mostrare un SOLO [maiuscolo nell’originale] di sua credenza, che valga a contare li suoi predecessori, fino aglio Apostoli; né può mostrare un UOMO SOLO [idem] che abbia professato la medesima sua dottrina prima di Pietro Valdo; una Chiesa che s’intitola universale e non forma che 22 mila persone; e quindi il confrontarla colla Chiesa Cattolica, che fu in ogni tempo Una, Santa, Cattolica, Apostolica, che parte dal regnante Pio IX e ascende da un Papa all’altro fino a S. Pietro stabilito da Gesù Cristo a governarla ed essere Vicario di lui in terra: Chiesa che in ogni tempo praticò sempre i medesimi Sacramenti, il medesimo culto, ebbe sempre i suoi pastori, gli uni successori degli altri, ma sempre uniti al Romano Pontefice, i quali praticarono sempre la medesima fede, la medesima legge, il medesimo Vangelo, adorando un solo vero Dio; il fare questo confronto, dico, deve naturalmente persuadere ogni uomo ragionevole e non guidato dalle passioni, a dare un pronto abbandono a qualsiasi setta, per rientrare nell’arca di salute, nell’ovile di Gesù Cristo, la Chiesa Cattolica» (pp. 103-104).

   Un simile passo non necessita commenti. I Valdesi attentarono più volte alla vita di Don Bosco: lo odiavano e lo volevano morto; ma il Signore lo salvò sempre. Altri omicidi, comunque, commisero, ricordiamo in particolare il beato Pietro da Ruffia O.P. (1320-1365), saggio inquisitore della fede a Torino, che non risparmiò fatica per salvaguardare dall’eresia le popolazioni del Piemonte e della Liguria. Mentre era ospite a Susa dei Frati Minori, fu pugnalato dai valdesi il 2 febbraio, giorno della Presentazione del Signore.

     Inoltre il beato Antonio Pavoni (1325/6–1374): nominato inquisitore della fede per la Lombardia e la Liguria difese la sana dottrina con grande zelo: gli errori dei Valdesi furono smascherati, confermando nella fede molte anime e ottenendo innumerevoli conversioni. Il martire domenicano presagì il suo imminente sacrificio e lo annunciò: disse di essere stato invitato a nozze, perciò pregò che la sua rasatura fosse fatta con cura speciale. La domenica in Albis del 9 aprile 1374 si recò a celebrare la Santa Messa a Bricherasio (nelle terre valdesi) con più acceso fervore, continuando instancabile la proclamazione della Verità. Nello scendere dal pulpito venne assalito dai Valdesi e fu orribilmente massacrato. Quando essi chiederanno perdono di questi ed altri simili fatti, ma soprattutto, quando faranno ritorno nell’unico ovile?

Cristina Siccardi

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