Chiesa cattolica: un cambio di paradigma che viene da lontano.

Mi capita spesso, in particolare davanti a chi è giunto ad una conversione da poco o chi non ha avuto tempo e possibilità di approfondire certe tematiche inerenti la Chiesa Cattolica e la sua dottrina che mi viene chiesto ma com'era la Chiesa 50-60 anni fa? Come siamo arrivati a questa Chiesa?

        Sgombriamo subito il campo dicendo che stiamo parlando dell'unica Chiesa di Cristo. Non ci sono differenti chiese nell'alveo cattolico. Certamente i diversi tempi storici che la Sposa di Cristo ha dovuto affrontare e superare hanno evidenziato come contingenze di natura eterogenea hanno influito, a volte in modo più importante, nel percorso che Cristo stesso aveva tracciato: la proclamazione del Vangelo, il nutrimento dei fedeli attraverso i Sacramenti, l'insegnamento della sana dottrina, una retta interpretazione delle Scritture, il dovere primario della "salus animarum" come necessità ontologica.

        Vi sono stati diversi processi che hanno portato la Chiesa cattolica alla condizione in cui oggi versa, principalmente sotto l'aspetto pastorale, ricordando le tante volte in cui il Pontefice Papa Francesco l'ha paragonata ad un "ospedale da campo" dopo una battaglia, possiamo dire a ragion veduta che in questo ospedale da campo la stessa Chiesa versa in gravi condizioni ed è in continuo peggioramento.
Ignorare questa reale condizione o fingere che vada tutto bene denota una grave cecità, non soltanto spirituale.

        Sono tanti coloro che, in diversi modi e a differenti livelli, ravvisano nell'attuale Pontefice una delle cause primarie di questo aggravamento. In questo breve excursus cercheremo di essere precisi ed obbiettivi illustrando come questa situazione sia precipitata sempre più a partire dal post-concilio fino ad oggi. Obbiettivamente tanto è stato fatto da Papa Francesco, che indipendentemente da una precisa volontà o meno, ha messo la Chiesa e tutto il suo popolo in un difficilissima situazione. Ma cerchiamo di capire come il "paradigma Bergoglio" abbia prevalso anche lì dove avrebbe potuto trovare delle resistenze e perché viene da lontano.
        Come tutti sapranno Papa Francesco fa parte di quella grande famiglia religiosa che sono i gesuiti.

Ignazio di Loyola01 La Compagnia di Gesù fu fondata da Sant'Ignazio di Loyola nel 1540 e approvata da papa Paolo III con la bolla Regimini Militantis ecclesiae. Il fine primario della Congregazione fu la maggior gloria di Dio (da qui il motto ad Maiorem Dei Gloriam) e la reazione contro l’eresia protestante. 
        Accadde però che non essendo riusciti a sradicare il protestantesimo, dopo quattro secoli e mezzo, pensarono di cambiare strategia e decisero di assimilarlo dando vita ad un processo d'integrazione. Tra i principali innovatori in tal senso vi è certamente il gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) che reputò necessaria la modifica della stessa identità della Chiesa cattolica e della Sua dottrina.
        Tra le frasi celebri di questo gesuita vi è questa: «Roma ed io abbiamo due concezioni diverse del mondo. Talvolta, nutro un vero e proprio odio verso tutto ciò che la storica e naturale Istituzione di Cristo oggi rappresenta»!
        Le sue opere come “La scienza e Cristo”, “Il fenomeno umano” e “L’ambiente divino” vennero condannate dal Sant’Uffizio, il 30 giugno 1962, con un “Monitum”, perché “racchiudono tali ambiguità ed errori, anche gravi, che offendono la dottrina cattolica”. La gravità delle sue affermazioni fu attestata anche dall'allora card. Ratzinger nel libro "Principles of Chatolic Theology” (“Princìpi di Teologia Cattolica”, Ignatius Press, San Francisco, 1987).

        Purtroppo i pensieri anticattolici di questo gesuita, che operò anche come paleontologo cercando di dimostrare e coniugare con il cattolicesimo la teoria dell'Evoluzione della specie, penetrarono anche il Concilio Vaticano II. Nella "Gaudium et Spes", possiamo trovare tutto il sapore teilhardiano. Il suo stesso ordine religioso La Compagnia di Gesù lo aveva sospeso dall’insegnamento delle materie di carattere filosofico-teologico e gli aveva proibito di pubblicare più nulla su quelle tematiche. Ma la "rivoluzione modernista" stava permeando non pochi teologi, autori e parecchia Gerarchia ecclesiastica.
Pierre Teilhard de Chardin        Con la "Nouvelle Théologie" verrà assestato un altro colpo decisivo per quello che ho denominato il cambio di paradigma della Chiesa cattolica tradizionale fondata sulla teologia scolastica. Tra i padri di questa "falsa teologia" ci fu il gesuita Henri de Lubac (1896-1991) che giunse a negare che i dogmi di Fede fossero assoluti, affermò che il Magistero della Chiesa avrebbe potuto mutare seguendo “tranquillamente” l’umore della coscienza umana, arrivando al concetto di umanità “autosufficiente.” Demolì il dogma del peccato originale nel senso inteso dalla Chiesa, mortificando il valore della Rivelazione e della Redenzione ridotte a realtà accessorie sulla base della visione gnostica di questa "nuova teologia".henri marie de lubac
        L’ex Sant’Uffizio esortò gli ordinari e i superiori di istituti religiosi, i rettori dei seminari e delle università a tutelare le anime dai rischi nascosti nelle trame dei suoi scritti, a partire dal concetto di creazione, che contemplava la teologia del “Cristo cosmico” e della noosfera, intesa come “coscienza collettiva”. La manovra messa in atto dai Gesuiti, alla fine degli anni Cinquanta, fu la sostituzione degli “assolutismi” del cattolicesimo, per giungere a un’osmosi etico-morale di natura ecumenica con il protestantesimo.

        Nel 1850 la Compagnia di Gesù fondò la rivista “La Civiltà Cattolica”. Nei primi decenni del nuovo secolo cambiò paradigma, prendendo una deriva antitetica alle battaglie che aveva affrontato. Si esternarono così le tesi eretiche del gesuita tedesco Karl Rahner (perito del cardinale Franz König durante il Vaticano II), imposto e studiato nei seminari e divenuto protagonista della svolta conciliare. Egli osò dire: “Nostro Signore deve conformarsi al mondo, non quest’ultimo a Lui!”. Il suo “cristianesimo anonimo” decretò che “chiunque segue la propria coscienza, cristiano o non cristiano, ateo o credente, ebbene tale persona è accettata da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiano-cattolica noi confessiamo come fine di tutti gli uomini”.
        La sua influenza si dimostrò devastante; la sua “dottrina”, presentandosi come un simulacro d’ortodossia, di fatto cedette ai desideri del mondo.  Rahner invitò all’abbraccio tra teologia e filosofia, contrastato da chi gli obiettava che “se la Verità (teologia) cede alla filosofia, o trattiamo la Verità come tale, o non siamo più di fronte alla Verità, ma al mero relativismo”.

     karl rahner01   Il suo ideale di Chiesa “inclusiva” necessita, secondo il suo pensiero, di un impianto ecclesiale rivoluzionario: nuove pastorali, nuovi sacramenti, nuova teologia e nuova liturgia, affinché si possa “traslocare” la centralità di Gesù Cristo e la sua Presenza Reale in favore dell’uomo.
        L’umanità è destinata a ricevere, a suo tempo, per mezzo della Grazia, la divinizzazione promessa, ma il gesuitismo sottrae all’uomo l’esperienza fondamentale della Croce, abolendo la conversione al Cristo Crocifisso, morto e risorto. Il povero viene usato per “divinizzare” l’uomo, senza pensare che anche il povero, come disse Madre Teresa di Calcutta, deve convertirsi a Cristo. La pastorale, com’è d’uso nel gesuitismo, sostituisce la dottrina e chi non accetta questo “dogma” pecca contro la misericordia.

        Questa teologia è parte integrante del modernismo, già definito “sintesi di tutte le eresie” da San Pio X nell’Enciclica del 1907 Pascendi Dominici grecis; il quale a proposito dei Gesuiti affermerà: “Non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici più dannosi della Chiesa”. Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita, dichiarò che “la Chiesa è in ritardo di almeno 300 anni”. In ritardo rispetto a cosa? Alla modernità! Fu un appello a evitare le dispute dottrinali per collaborare soprattutto all’incontro ecumenista. “Grazie” all’invito, i protestanti furono fatti entrare, come “cavalli di Troia”, in qualità di periti dentro il Concilio Vaticano II e integrati in seno al cattolicesimo, il quale non potrà che essere contaminato dai loro “adattamenti teologici”.

        L’amletico Paolo VI riconobbe, più o meno convintamente, i gruppi carismatici cattolici originati dall’integrazione con i non cattolici e i non cristiani. La formazione dei loro incontri ecumenici vide sempre i Gesuiti come protagonisti. Negli incontri si abbandonarono il Signum Crucis e l’affermazione centrale e cruciale del credo cristiano cattolico  “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”  per una generica evocazione dello “spirito”.
Ci si concentrò sull’appagamento di una presunta unità insieme ai presenti (cattolici, pentecostali protestanti e non cristiani) sulla base di singole emozioni, facendo credere di adorare una stessa “energia divina”. Il Dio tutt’Uno del De Chardin panteista divenne “un sogno” possibile, e anche il sogno di una umanità “fusa in Dio” (ovviamente non cattolico).


        E Gesù Cristo si trasformò in un maestro universale, nato dalla “Nuova Èra” grazie alla spinta spiritualistica dei movimenti carismatici. Non fu più il “capo del Corpo, cioè della Chiesa” (Colossesi 1:18). Il gesuita indiano Anthony de Mello (1931-87), scomunicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, definì Dio “puro vuoto”, e Gesù Cristo non “figlio di Dio” ma “colui che ha insegnato che tutti gli uomini sono figli di Dio”.
Affermò, in un mix di cristianesimo e tradizioni orientali, che “la mente ha un potere che trasforma i desideri in realtà”. Anthony de Mello è morto, ma i suoi insegnamenti sono entrati nella nuova tradizione degli esercizi del gesuitismo.


        Ricorrere ai sogni, ai desideri, per renderli una realtà indipendentemente dal sogno o dal desiderio, è tipico del “magistero” gesuitico. Speculazione che si ritrova nella New Age, movimento condannato dalla Chiesa per le sue tesi incompatibili e opposte al cristianesimo, della quale comunque il “pio” gesuita De Chardin fu uno dei principali ispiratori. Il pastore protestante Rick Warren, studente dei centri di formazione dei Gesuiti, scrisse: “La Chiesa (somma di tutte le comunità cristiane cattoliche e non) è più grande di qualsiasi organizzazione al mondo. Tuttavia possiamo allargarci, includere, far entrare i musulmani, i buddhisti, gli induisti, tutte le religioni. Sento davvero che dobbiamo costruire ponti e abbattere ogni muro”… Non sono forse le stesse parole uscite dalla bocca di Papa Francesco?
        I Gesuiti si sono sempre sentiti prima Gesuiti e poi cattolici. Nel corso del XX secolo si convinsero, come nel XVI, che la Chiesa versasse in pericolo mortale e che solo loro potessero scongiurare la catastrofe. Nel 1954 Pio XII mostrò al suo confessore gesuita padre Entrich gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola: “Qui dentro troviamo la Compagnia di Gesù come Noi l’amiamo. Lo spirito di disciplina della Compagnia si è affievolito […] Noi siamo molto preoccupati dei Gesuiti di oggi. Ci rivolgiamo un rimprovero, di non esser intervenuti in modo più energico”. Il Venerabile Pio XII si chiedeva forse se sarebbe stato opportuno intervenire nella maniera di Clemente XIV?
        Durante il papato di Benedetto XVI, il gesuitismo ritenne che la tradizione si stesse troppo rivalutando, che si tornasse indietro nella storia della Chiesa, e l’occasione della sua rinuncia fu troppo ghiotta per non approfittarne. Benedetto, in occasione della 35esima Congregazione Generale della Compagnia di Gesù nel gennaio 2008, pretese il rispetto della fedeltà, sancita dal caratteristico “quarto voto” di obbedienza al Successore di Pietro, e chiese con fermezza che “la congregazione generale riaffermi la propria totale adesione alla dottrina cattolica”.

       Bergoglio vescovo01 Torniamo ai giorni nostri. Jorge Mario Bergoglio entrò nella Compagnia di Gesù nel 1958 e fu ordinato sacerdote nel 1969. Durante quegli undici anni, ricevette una formazione filosofica e dottrinale di stampo neomodernista, impregnata del pensiero dei confratelli europei (Rahner, de Lubac, Danielou, etc.) del movimento pseudo-teologico conosciuto come Nouvelle Theologie, corrente che come detto, seppur con qualche frenata non risolutiva dall’Humanae Vitae di Paolo VI al pontificato di Benedetto XVI, prese il sopravvento sulla scolastica tomista al Concilio Vaticano II.

       

I “nuovi teologi” riprendono le teorie moderniste dell’evoluzione dei dogmi, il relativismo morale, la confusione nel rapporto tra natura e Grazia, sostituendo il cristocentrismo con l’antropocentrismo.



Questo spiega i gravissimi errori dottrinali del magistero di Papa Francesco. A motivo di questa nuova visione teologica trovano posto le tante affermarzione del Pontefice, partendo da un interpretazione casuistica della pastorale, propria dei gesuiti. Nel magistero di papa Francesco, per esempio, l’adulterio e il concubinato non sono più atti intrinsecamente malvagi, mentre lo diviene la pena di morte. Per il pontefice regnante l’adultero e il reo non sono mai pienamente responsabili delle loro scelte, subendo il condizionamento delle circostanze, perciò non possono essere puniti. Se la persona non è colpevole delle scelte che compie, sparisce la giustizia, lasciando campo libero alla sola “misericordia”.
        In realtà, si tratta di un errato concetto di “misericordia”, poiché la vera Misericordia non è una “licenza” al male, né un’impunità alla colpa.
Dobbiamo anche dire che questo pontificato è il sintomo, non la causa della deriva dottrinale degli ultimi cinquant’anni. Abbiamo visto come questo fu reso possibile con un significativo apporto proprio dei Gesuiti durante il Concilio Vaticano II.

        Vogliamo riaffermare, a chi è convinto che un "buon cattolico" non possa parlare "male" del Papa e ci indica come coloro che lo fanno, che nessuno sta parlando "male" di Papa Francesco, che è il legittimo Pontefice eletto per mezzo di un regolare conclave, ma vogliamo anche con fermezza difendere la Verità che Cristo ci ha donato e che la Chiesa ha custodito nei secoli anche con il martirio e ricordare che il Papa, un qualsiasi Papa, non è sempre infallibile, ma soltanto quando egli parlando come capo universale della Chiesa si pronuncia "ex cathedra" su questioni inerenti la Fede e la morale. Va da sé che al di fuori di queste materie e condizioni il Papa non è infallibile e dunque può sbagliare. Ad esempio ciò che dice un Papa in un’intervista non impegna la sua infallibilità. Ciò naturalmente non significa che tutto quello che ha detto sia opinabile.

        La suprema legge nella Chiesa, si legge nel codice di Diritto canonico, è la salus animarum e il primo balsamo per le anime è la Verità a cui è sottomesso lo stesso Vicario di Cristo. Quindi sì obbedienza, ma non papolatria. Infatti il codice di Diritto canonico al n. 212 chiede ai fedeli da una parte obbedienza ai pastori e dall’altra riconosce a loro il diritto di esprimere delle riserve “su ciò che riguarda il bene della chiesa”. Riportiamo alla lettera il punto 2 e 3 del canone 212:

§2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona.

        Nulla di nuovo sotto il sole. San Paolo criticò Pietro, primo Papa della storia, in merito all’obbligo da parte dei convertiti di sottoporsi al giudaismo: “Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Il problema sta nel fatto che Paolo riprendeva Pietro per un aspetto pastorale e invece sono molteplici le critiche mosse a Papa Francesco da diversi soggetti inclusi alti prelati e teologi, sono soprattutto di carattere dottrinale.
        Ci si chiede, ma tutto questo potrebbe scandalizzare i fedeli, in particolare quando si sta parlando del Santo Padre. Di fronte a un simile rischio di scandalo è sempre doveroso e preferibile annunciare la Verità, con i giusti modi e il dovuto rispetto non è ammissibile che nella Chiesa regni la confusione, il dubbio, il sospetto. Oggi più che mai serve chiarezza e tanta preghiera, nella consapevolezza che Cristo non permetterà che il male vinca e preghiamo per il Papa con le stesse parole che furono di Gesù: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli». (Lc. 22, 31-32).
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Prima giornata mondiale dei poveri

Giornata mondiale dei poveri: domenica in 1.500 a pranzo col Papa



«Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità». Si apre con questo passo della prima lettera di Giovanni il messaggio del Papa per la prima Giornata mondiale dei poveri che si celebrerà domenica 19 novembre. Intenzione ribadita l'altro ieri con un tweet dall'accopunt pontificio.


Una novità voluta dal Papa alla fine del Giubileo della misericordia (8 dicembre 2015-20 novembre 2016) come «richiamo alla coscienza credente» del fatto che «condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda», ovvero che «i poveri non sono un problema: sono una risorsa a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo».



Il Papa: la salute è un diritto di tutti, occorre rimuovere le cause della povertà

 

Nel rivolgere un messaggio al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale impegnato in una conferenza internazionale sul tema "Affrontare le disparità globali in materia di salute": papa Francesco è tornato a parlare della necessità di rimuovere le cause della povertà: "Occorre agire affinché tutti possano realmente beneficiare del diritto alla tutela della salute". Per papa Francesco occorre innanzitutto "risolvere le cause strutturali della povertà" e impegnarsi per "un'equa distribuzione di strutture sanitarie e di risorse finanziarie, secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà". Papa Francesco ha chiesto inoltre alle ditte farmaceutiche di garantire l'accesso alle terapie, soprattutto nel caso di malattie rare e neglette, e nei Paesi meno sviluppati. Lo fa ribadendo, nel Messaggio al Dicastero per lo Sviluppo umano, i principi della Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: le strategie sanitarie "mentre devono salvaguardare la sostenibilità sia della ricerca sia dei sistemi sanitari dovrebbero al contempo rendere disponibili farmaci essenziali in quantità adeguate" per garantire "il diritto all'accesso alle terapie essenziali e/o necessarie".

     "Un'organizzazione sanitaria efficiente e in grado di affrontare le disparità non può dimenticare la sua sorgente primaria: la compassione, del medico, dell'infermiere, dell'operatore, del volontario, di tutti coloro che per questa via possono sottrarre il dolore alla solitudine e all'angoscia" ha aggiunto, in un altro dei passaggi del messaggio inviato al dicastero per lo Sviluppo umano: "La compassione è una via privilegiata anche per edificare la giustizia, perché, mettendoci nella situazione dell'altro, non solo ci permette di incontrarne le fatiche, le difficoltà e le paure, ma pure di scoprirne, all'interno della fragilità che connota ogni essere umano, la preziosità e il valore unico, in una parola: la dignità. Perché la dignità umana è il fondamento della giustizia, mentre la scoperta dell'inestimabile valore di ogni uomo è la forza che ci spinge a superare, con entusiasmo e abnegazione, le disparità".

Oltre 6mila poveri in Piazza San Pietro per la Messa del Papa
Il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione è l'organizzatore dell’evento. Secondo la Sala Stampa vaticana, in piazza San Pietro ci saranno tra 6 e 7mila tra bisognosi, persone meno abbienti e poveri accompagnati dal personale delle associazioni di volontariato provenienti non solo da Roma e dal Lazio, ma anche da diverse diocesi del mondo (Parigi, Lione, Nantes, Angers, Beauvais, Varsavia, Cracovia, Solsona, Malines-Bruxelles e Lussemburgo...) raggiungeranno la Basilica di San Pietro per partecipare alle Messa celebrata dal Papa alle 10.


Terminata la Messa, 1.500 di loro saranno ospitati in Aula Paolo VI per un pranzo festivo insieme a Francesco. Animeranno questo momento la Banda della Gendarmeria Vaticana e il coro “Le Dolci Note”, composto da bambini dai 5 ai 14 anni. Sarà presente al pranzo anche una delegazione della Comunità papa Giovanni XXIII, in particolare con alcuni degli ospiti delle Capanne di Betlemme dell'Associazione, case dedicate all'accoglienza dei senza dimora. Proprio l'Associazion riceverà una parte del ricavato della vendita all'asta della Lamborghini regalata al Papa.

Gli altri 2.500 ospiti saranno invece trasferiti presso mense, seminari e collegi cattolici di Roma (Pontificio Collegio Nordamericano, Collegio Apostolico Leoniano, Mense del Circolo San Pietro, Comunità di Sant’Egidio, Pontificio Seminario Romano Minore, l'Università Europea di Roma e l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, le quali hanno messo a disposizione i loro locali accogliendo circa 200 persone in difficoltà in un pranzo nella struttura di via degli Aldobrandeschi. Studenti, familiari, docenti e collaboratori dei due atenei serviranno ai tavoli. Tra le mense della Caritas romana, saranno aperte come sempre quelle di Ostia e Colle Oppio, mentre la Cittadella della Carità e la San Giovanni Paolo II di via Marsala apriranno per 300 ospiti di altre diocesi.

Il menù: gnocchetti sardi e tiramisù
I poveri saranno serviti da 40 diaconi della diocesi di Roma e da circa 150 volontari provenienti dalle parrocchie di altre diocesi. Il menù che il ristorante “Al Pioppeto” di Sergio Dussin servirà nell’Aula Paolo VI sarà composto da gnocchetti sardi padellati con pomodoro, olive e formaggio Collina Veneta, bocconcini di vitello con verdure, polenta e broccoli di Bassano, tiramisù alla veneta, acqua, aranciata e caffè. 

Poveri anche tra i ministranti
Tutti i chierichetti sono stati convocati dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione: saranno 12 ragazzi tra poveri, migranti e senzatetto. Uno dei lettori della Messa è Tony, un rifugiato siriano, mentre alla preghiera dei fedeli partecipano un peruviano e un brasiliano, entrambi bisognosi che sono riusciti a essere a Roma grazie a due borse di studio. All'offertorio sarà presente una famiglia bisognosa in precarie condizioni economiche, proveniente da Torino, con una bimba di un anno affetta da fibrosi cistica. Insieme all'acqua e al vino per l'Eucaristia, all'Offertorio verrà portato il pane che quotidianamente una organizzazione di carità raccoglie e distribuisce nella mense dei poveri. Lo stesso pane sarà poi consumato durante il pranzo nell'Aula Paolo VI.

Un presidio sanitario solidale
Il dicastero per la Promozione della nuova evangelizzazione, guidato dall’arcivescovo Rino Fisichella, si è rivolto ad alcuni movimenti e associazioni – Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Ordine di Malta, Nuovi Orizzonti, Comunità Giovanni XXIII, Associazione Fratello 2016, Opere Antoniane di Roma, Acli di Roma, Gruppi vincenziani di volontariato e altri – per coinvolgere poveri ed emarginati.

Tra le iniziative in preparazione alla Giornata anche il Presidio sanitario solidale in piazza Pio XII (è stato aperto lunedì scorso e rimane attivo fino a domenica, dalle 9 alle 16). In questa area medica saranno effettuate gratuitamente, per tutti coloro che lo richiederanno, analisi cliniche, visite mediche specialistiche di cardiologia, di dermatologia, di infettivologia, di ginecologia e di andrologia.

Ecco il messaggio del Santo Padre per questa prima giornata mondiale dei poveri CLICCA QUI 

 

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Correctio Filialis

La “correzione filiale” indirizzata a papa Francesco da oltre 60 studiosi cattolici e pastori della Chiesa ha avuto in tutto il mondo uno straordinario impatto. Non è mancato chi ha cercato di minimizzare l’iniziativa affermando che il numero dei firmatari «è limitato e marginale».

Ma se l’iniziativa è irrilevante, perché le ripercussioni sono state tanto ampie, su tutti i media dei cinque continenti, compresi paesi come la Russia e la Cina? Una ricerca su Google News, ricorda Steve Skojec su One peter five ha dato il risultato di oltre 5.000 notizie, mentre oltre 100.000 sono le visite sul sito www.correctiofilialis.org in 48 ore.

L’adesione su questo sito è ancora aperta, anche se solo alcune firme saranno rese visibili. È necessario ammettere che la ragione di questa eco mondiale è una sola: la verità può essere ignorata o repressa, ma quando si manifesta con chiarezza ha una sua forza intrinseca ed è destinata a diffondersi. Il principale nemico della verità non è l’errore, ma l’ambiguità. La causa della diffusione di errori ed eresie nella Chiesa non è dovuta alla forza di questi errori, ma al colpevole silenzio di chi dovrebbe difendere a viso aperto la verità del Vangelo.

La verità annunciata dalla “correzione filiale” è che papa Francesco, attraverso una lunga serie di parole, atti e omissioni, «ha sostenuto, in modo diretto o indiretto (con quale e quanta consapevolezza non lo sappiamo né vogliamo giudicarlo)» almeno «sette proposizioni false ed eretiche, propagate nella Chiesa tanto con il pubblico ufficio quanto con atto privato». I firmatari insistono rispettosamente affinché il Papa «rigetti pubblicamente queste proposizioni, compiendo così il mandato di Nostro Signore Gesù Cristo dato a Pietro e attraverso di lui a tutti i suoi successori fino alla fine del mondo: “Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”».

Nessuna risposta è giunta finora nel merito della correzione, ma solo maldestri tentativi di squalificare o dividere i firmatari, concentrando il fuoco su qualcuno dei più conosciuti, come l’ex presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi. In realtà, come lo stesso Gotti Tedeschi ha dichiarato in un’intervista a Marco Tosatti del 24 settembre, gli autori della Correctio hanno compiuto un atto di amore alla Chiesa e al Papato.

Sia Gotti Tedeschi che un altro illustre firmatario, lo scrittore tedesco Martin Mosebach, sono stati applauditi lo scorso 14 settembre all’Angelicum da un pubblico di oltre 400 sacerdoti e laici, comprendente tre cardinali e diversi vescovi, in occasione del convegno sul decennale del motu proprio Summorum Pontificum. Altri due firmatari, i professori Claudio Pierantoni e Anna Silva, hanno espresso le medesime idee della Correctio in un convegno sul tema “Fare chiarezza”, organizzato il 23 aprile dalla Nuova Bussola Quotidiana, con il sostegno di altri porporati, tra cui il defunto cardinale Carlo Caffarra.

Molti altri sottoscrittori del documento occupano, o hanno occupato, posti di rilievo nelle istituzioni ecclesiastiche. Altri ancora sono eminenti universitari. Se all’interno del mondo cattolico gli autori della Correctio fossero isolati, il loro documento non avrebbe avuto l’eco che ha ottenuto.

La Correctio filialis è solo la punta di un vasto iceberg di malcontento per il disorientamento in cui oggi si trova la Chiesa. Una Supplica filiale a papa Francesco è stata sottoscritta nel 2015 da circa 900.000 firmatari in tutto il mondo e una Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio presentata nel 2016 da 80 personalità cattoliche ha raccolto 35.000 firme. Un anno fa, quattro cardinali hanno formulato i loro dubia sulla esortazione Amoris laetitia.


Nel frattempo, scandali di carattere economico e morale minano il pontificato di papa Francesco. Il vaticanista americano John Allen, di orientamento non certo tradizionale, ha rilevato su Crux del 25 settembre, quanto in questi giorni sia divenuta difficile la sua posizione. Tra le accuse più ridicole che vengono fatte ai sottoscrittori del documento, c’è quella di essere “lefebvriani”, a causa della firma del vescovo Bernard Fellay, Superiore della Fraternità San Pio X.

La adesione di mons. Fellay a un documento di questo genere è un atto storico che chiarisce senza ombra di equivoci la posizione della Fraternità nei confronti del nuovo pontificato. Ma il “lefevrismo” è una locuzione verbale che ha per i progressisti lo stesso ruolo che la parola “fascismo” aveva per i comunisti negli anni Settanta: screditare l’avversario, senza discuterne le ragioni. La presenza di mons. Fellay è peraltro rassicurante per tutti i firmatari della Correctio. Come immaginare che nei loro confronti il Papa non abbia la comprensione e la benevolenza che ha dimostrato negli ultimi due anni verso la Fraternità San Pio X?

 

L’arcivescovo di Chieti Bruno Forte, già segretario speciale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ha dichiarato che la Correctio rappresenta «un atteggiamento pregiudizionalmente chiuso verso lo spirito del Concilio Vaticano II che papa Francesco così profondamente sta incarnando» (Avvenire, 26 settembre 2017). Lo spirito del Vaticano II, incarnato da papa Francesco, scrive a sua volta mons. Giuseppe Lorizio, sullo stesso quotidiano della CEI, consiste nel primato della pastorale sulla teologia, ovvero nella subordinazione della legge naturale all’esperienza di vita perché, egli spiega, «la pastorale comprende e include la teologia», e non viceversa. Mons Lorizio insegna teologia presso la stessa Facoltà dell’Università Laterana di cui è stato decano Mons. Brunero Gherardini, morto il 22 settembre, alla vigilia della Correctio, che non ha potuto firmare a causa delle precarie condizioni di salute.

Il grande esponente della scuola teologica romana ha mostrato nei suoi ultimi libri a quale approdo sciagurato ci porta il primato della pastorale annunciato dal Vaticano II e propagato dai suoi ermeneuti ultraprogressisti, tra i quali lo stesso Forte e l’improvvisato teologo Massimo Faggioli che, con Alberto Melloni, si stanno distinguendo per i loro inconsistenti attacchi alla Correctio. Mons. Forte ha aggiunto su Avvenire che il documento è una operazione che non può essere condivisa da «chi è fedele al successore di Pietro nel quale riconosce il pastore che il Signore ha dato alla Chiesa come guida della comunione universale. La fedeltà va sempre rivolta al Dio vivente, che oggi parla nella Chiesa attraverso il Papa».

Dunque siamo arrivati al punto di definire papa Francesco “Dio vivente”, dimenticando che la Chiesa si fonda su Gesù Cristo, di cui il Papa è il rappresentante sulla terra, non il divino proprietario. Il Papa non è, come ha giustamente scritto Antonio Socci, un «secondo Gesù» (Libero, 24 settembre 2017), ma il 266mo successore di Pietro. Il suo mandato non è quello di cambiare o “migliorare” le parole di Nostro Signore, ma di custodirle e trasmetterle nella maniera più fedele. Se così non avviene, i cattolici hanno il dovere di rimproverarlo filialmente, seguendo l’esempio di san Paolo nei confronti del principe degli Apostoli Pietro (Gal. 2, 11).

Ci si stupisce infine del fatto che i cardinali Walter Brandmüller e Raymond Leo Burke non abbiano firmato il documento, ignorando, come sottolinea Rorate Coeli, che la Correctio dei Sessanta ha un carattere puramente teologico, mentre quella dei cardinali, quando arriverà, avrà ben altra autorità e portata, anche sul piano canonico. La correzione nei confronti del prossimo, prevista dal Vangelo e dal vigente Codice di Diritto canonico, all’art. 212 par.3, può avere diverse espressioni. «Questo principio di correzione fraterna all’interno della Chiesa – ha dichiarato mons. Atanasius Schneider in una recente intervista a Maike Hickson – è stato valido in ogni momento, anche verso il Papa, e quindi dovrebbe essere valido anche nel nostro tempo. Purtroppo, chiunque nei nostri giorni osi parlare di verità – anche quando lo fa con rispetto nei confronti dei Pastori della Chiesa – è classificato come un nemico dell’unità, come accadde a San Paolo; quando egli dichiarò: “Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità?” (Gal. 4,16)».

Per ci non lo avesse fatto, e sono ancora molti, leggetevi il documento "Correctio Filialis" perché è bene parlare di quel che si conosce altrimenti è cosa saggia tacere:
Potete scaricarlo da QUI o in fondo all'articolo alla voce Downnload.

Fonte: Corrispondenza Romana

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Il Papa dà il via al Giubileo Aperta a Bangui la Porta santa

BANGUI (Repubblica Centrafricana) - «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo. L’Anno santo della misericordia viene in anticipo a questa terra».



Alle 17.13 Francesco posa i palmi delle mani sulla porta santa della cattedrale di Bangui e apre i battenti. Poco prima, parlando a braccio alla folla rimasta all’esterno, aveva spiegato il senso della sua scelta di venire qui, in zona di guerra: «Questa terra soffre da diversi anni la guerra, l’odio, l’incomprensione, la mancanza di pace. In questa terra sofferente ci sono anche tutti i paesi del mondo che sono passati per la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale per la preghiera della misericordia del Padre. Tutti noi chiediamo pace, misericordia, riconciliazione, perdono, amore. Per Bangui, per tutta la Repubblica Centroafricana e per tutto il mondo, per i paesi che soffrono la guerra, chiediamo la pace». Poi ha alzato lo sguardo, invitando i fedeli a ripetere le sue parole: «Tutti insieme chiediamo amore e pace, tutti insieme: “Ndoye Siriri”. Con questa preghiera cominciamo l’Anno Santo in questa capitale spirituale del mondo oggi». Il tono dell’omelia è solenne: «In questa prima domenica di Avvento, tempo liturgico dell’attesa del Salvatore e simbolo della speranza cristiana, Dio ha guidato i miei passi fino a voi, su questa terra, mentre la Chiesa universale si appresta ad inaugurare l’Anno giubilare della misericordia». Francesco parla del perdono dei nemici che «premunisce contro la tentazione della vendetta e la spirale delle rappresaglie senza fine». Dio è giustizia e amore: «A tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo, io lancio un appello: deponete questi strumenti di morte, armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace».

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Il Papa ai religiosi del Kenia: il peggior peccato è la tiepidezza

NAIROBI, 26 novembre, 2015

Sono almeno diecimila tra religiosi, sacerdoti e seminaristi, ad ascoltare Papa Francesco nl piovoso pomeriggio keniota. Alla St Mary’s School il Papa è stato accolto, dal Superiore Regionale dei Padri Spiritani che hanno fondato la Scuola e dal Parroco della chiesa di St. Austin che si trova all’interno dell’edificio scolastico.

Sotto un grande tendone nel campo sportivo il Papa ha presieduto una preghiera comune.

E dopo il canto del Padre Nostro sono arrivati i saluti di un Missionario d’ Africa, i Padri Bianchi, Padre Felix J. Phiri, Mafr, Presidente della Religious Superior’Conference of Kenya (RSCK) che ha ricordato l’impegno per la custodia del Creato, della tutela dei minori, alla luce del magistero di Papa Francesco.dopo il saluto di monsignor Anthony Ireri Mukobo, I.M.C., Vicario Apostolico di Isiolo e Presidente della commissione per il Clero e i Religiosi della Conferenza dei Vescovi Cattolici del Kenya anche la testimonianza anche diSuor Michael Marie Rottinghaus, Presidente della Association of Sisterhoods of Kenya (AOSK) che ha ripercorso l’attività delle migliaia di suore, molte della quali hanno dato la vita fino al martirio.

Come sempre in queste occasioni il Papa ha offerto una riflessione a braccio nel suo stile popolare e ha preso spunto da una frase di San Paolo, quello che Dio inizia lo porta in fondo. E così è per i religiosi e i sacerdoti. Non chiede di essere scelti, è il Signore che sceglie: “ Ci siamo messi in fila e abbiamo inizato il cammino ma il cammino lo ha iniziato lui per noi non siamo stati noi.”

Ripete una frase che ama il Papa: non si entra per la finestra ma per la porta e la porta è Cristo. Dio, spiega il Papa, ci ha scelti come si ricorda nelle pagine del profeta Ezechiele.

E anche se non si comprende il motivo, sarà Dio a spiegarlo. Non si segue Gesù per ambizione o potere, ma si segue per arrivare alla croce “ poi ci pensa Gesù a resuscitare”.

La Chiesa non è una azienda e quando Dio ci sceglie non significa che siamo santi. Il Papa ricorda: “Tutti siamo peccatori io per primo”. E questa consapevolezza ci porta a saper piangere come ha fatto Pietro, unico apostolo che ha pianto. “ E Gesù poi lo ha fatto papa. Chi lo capisce Gesù”.

Un mistero come la Chiesa è un mistero, come il dolore innocente è un mistero. Come lo è la croce di Gesù che un consacrato un religioso un sacerdote non deve mai dimenticare.

Altrimenti “poveretto cade in un peccato molto brutto che fa vomitare Dio,il peccato della tiepidezza”.

Non smettere mai di pregare, preferire la preghiera ad ogni altra attività, sennò, dice il Papa, si finisce ad essere un ramo secco.

E poi servire, e non farsi servire, non servirsi, altro tema che ritorna. Servire gli scartati e “coloro che non hanno coscienza della superbia e del peccato che vivono”.

Il Papa si dice commosso dalla vita di religiosi che hanno dato la vita sempre nello stesso umile servizio e infine ringrazia per “aver il coraggio di seguire Gesù” per ogni carezza, per aver aoutato qualcuno a morire in pace per dare speranza alla vita.

Prima di lasciare il tendone il Papa si scusa di non passare a salutare. Passo a salutare i bambini malati di cancro, dice.

Fonte: ACIStampa

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L’equivoco perdono degli eretici Valdesi

La richiesta di perdono del 22 giugno scorso di Papa Francesco ai Valdesi, nel loro tempio di Torino, ha ulteriormente confuso le idee a molti cattolici.

In un articolo a firma di Ignazio Ingrao su Panorama dello stesso giorno leggiamo che : «Il dialogo tra cattolici e valdesi a partire dal Concilio Vaticano II non si è mai interrotto. (…) Benedetto XVI, che pure proviene da una nazione come la Germania, dove il dialogo con i luterani è all’ordine del giorno, forse aveva alzato troppo la posta dal punto di vista teologico per poter vedere dei risultati immediati. Francesco ha riportato il confronto ecumenico sui temi concreti, il “dialogo della vita”, come si dice, contrapposto al “dialogo dei teologi”».

Di dialogo in dialogo – questo ciclopico “motore dialogico” avviato proprio con il Concilio Vaticano II – si è innescato, anno dopo anno, un caos babilonico che sconcerta sempre più la gente e rende sempre più indifesi e vulnerabili sia il Vicario di Cristo che la Chiesa.

     Ad iniziare a chiedere perdono fu Giovanni Paolo II. Lo fece per diverse realtà della storia nelle quali vedeva la responsabilità diretta o indiretta di uomini appartenenti ad essa. Papa Wojtyła ha cercato la strada della pace attraverso due sentieri: appellandosi direttamente ai responsabili delle violenze e attraverso il mea culpa. La Chiesa, per il Papa, non poteva varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri veniva inteso come un atto di lealtà e di coraggio.

     La Congregazione per la dottrina della fede in difesa dell’atto papale scrisse: «Le richieste di perdono fatte dal vescovo di Roma in questo spirito di autenticità e di gratuità hanno suscitato reazioni diverse: la fiducia incondizionata del Papa ha dimostrato di avere nella forza della Verità incontrato un’accoglienza generalmente favorevole, all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale. Non pochi hanno sottolineato l’accresciuta credibilità dei pronunciamenti ecclesiali, conseguente a questo comportamento. Non sono però mancate alcune riserve… Tra consenso e disagio, si avverte il bisogno di una riflessione, che chiarisca le ragioni, le condizioni e l’esatta configurazione delle richieste di perdono relative alle colpe del passato».

     Il consenso, oggi come nell’anno giubilare del 2000, viene dai «lontani» e dai «media», mentre quelli che abitano dentro la Chiesa (clero e non) sono ancora in attesa di risposte convincenti e di riflessioni non demagogiche, né buoniste, ma reali, basate sulla fede autentica.

Intanto, nell’attesa di risposte, il “motore dialogico” prosegue la sua caduta libera e le linee le dettano coloro che hanno abbandonato Roma nel corso dei secoli, come i Valdesi. Non c’è conversione alcuna da parte di questi protestanti, ma volontà di annacquare con i loro errori il magistero della Chiesa. Non a caso, infatti, il moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini (all’incontro erano presenti anche i metodisti, rappresentati dalla presidente Alessandra Trotta, nonché i rappresentanti delle Chiese evangeliche sorelle luterane, battiste, avventiste, salutiste), durante il suo discorso di fronte al «fratello in Cristo», ha azzardato e messo in campo questioni molto scottanti, affermando: «Dovremo affrontare, però, anche questioni teologiche tuttora aperte. E poiché ci è data oggi questa bella occasione di incontro e di dialogo, vorrei proporne almeno due che ci stanno particolarmente a cuore. La prima è questa: il concilio Vaticano II ha parlato delle chiese evangeliche come di “comunità ecclesiali”. A essere sinceri, non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa? Conosciamo le ragioni che hanno spinto il Concilio a adottare quell’espressione, ma riteniamo che essa possa e debba essere superata. Sarebbe bello se questo accadesse nel 2017 (o anche prima!), quando ricorderemo i 500 anni della Riforma protestante.

È nostra umile ma profonda convinzione che siamo Chiesa: certo peccatrice, semper reformanda, pellegrina che, come l’apostolo Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta (Filippesi 3,14), ma chiesa, chiesa di Gesù Cristo, da Lui convocata, giudicata e salvata, che vive della sua grazia e per la sua gloria. La seconda questione, che sappiamo quanto sia delicata, è quella dell’ospitalità eucaristica. Tra le cose che abbiamo in comune ci sono il pane e il vino della Cena e le parole che Gesù ha pronunciato in quella occasione. Le interpretazioni di quelle parole sono diverse tra le chiese e all’interno di ciascuna di esse. Ma ciò che unisce i cristiani raccolti intorno alla mensa di Gesù sono il pane e il vino che Egli ci offre e le Sue parole, non le nostre interpretazioni che non fanno parte dell’Evangelo. Sarebbe bello se anche in vista del 2017 [500 anni dalla Riforma ndr] le nostre chiese affrontassero insieme questo tema».

     «Le nostre chiese»? Una è la Chiesa di Cristo e bene lo sapeva san Giovanni Bosco, il quale fece erigere, al numero 13 di corso Vittorio Emanuele II di Torino, la chiesa di San Giovanni Evangelista, con annesso Oratorio di San Luigi e scuola (opera familiarmente detta il «San Giovannino»); ciò fece per essere molto vicino al tempio valdese, presente al numero 23 dello stesso corso. Don Bosco, infatti, toglieva l’errore, evangelizzava e convertiva. Ed ecco che i suoi frutti furono molto copiosi. Egli rispose in mille modi agli errori valdesi: con scritti, con conferenze, con prediche.

     Citiamo in particolare un testo, ancora oggi pubblicato, Conversione di una valdese (Amicizia Cristiana), nella quale Giuseppa, la protagonista convertita, viene incalzata da un valdese rimasto tale e la loro conversazione è più attuale che mai : «Non importa che questa religione sia incomoda e pesante, purché conduca all’eterna salvezza: e il Signore ci fa sentire nel Vangelo, che la strada stretta e spinosa conduce all’eterna salute. Voi volete una religione comoda, la quale lasci la gente in libertà di far quello che ognuno vuole; ma sappiate, che né gli ubriaconi (sic), né i ladri; né gli adulteri, né altra gente di simil fatta entrerà nel regno dei cieli; vi prego però a prescindere di disputare ulteriormente, perché voi perdete tempo». «Nemmeno io voglio disputare: ma voglio almeno che mi concediate che i protestanti osservano la loro religione meglio dei cattolici». «Nel senso che dite voi». «In qual senso?». «Nel senso, che la religione protestante è una religione più comoda e più favorevole alle passioni».

E così conclude Don Bosco: «Il semplice confronto del protestantesimo col cattolicesimo possiamo dire essere stato il lume che fece conoscere a Giuseppa la nullità della religione valdese. Difatti, l’osservare una religione che lascia libertà a ciascuno di credere quel che più gli aggrada, e nel modo che gli pare di leggere nella Sacra Scrittura; una chiesa, che è una società senza presidente, un corpo senza capo, chiesa che non ha vescovi, non sacerdoti, non altare, non sacrificio; una chiesa che si associa con tutte le stravaganze delle varie sette protestanti, ciascuna delle quali professa più articoli, che sono negati dalle altre; una chiesa di cui non mai si parlò ne’ dodici primi secoli del cristianesimo, e che non può mostrare un SOLO [maiuscolo nell’originale] di sua credenza, che valga a contare li suoi predecessori, fino aglio Apostoli; né può mostrare un UOMO SOLO [idem] che abbia professato la medesima sua dottrina prima di Pietro Valdo; una Chiesa che s’intitola universale e non forma che 22 mila persone; e quindi il confrontarla colla Chiesa Cattolica, che fu in ogni tempo Una, Santa, Cattolica, Apostolica, che parte dal regnante Pio IX e ascende da un Papa all’altro fino a S. Pietro stabilito da Gesù Cristo a governarla ed essere Vicario di lui in terra: Chiesa che in ogni tempo praticò sempre i medesimi Sacramenti, il medesimo culto, ebbe sempre i suoi pastori, gli uni successori degli altri, ma sempre uniti al Romano Pontefice, i quali praticarono sempre la medesima fede, la medesima legge, il medesimo Vangelo, adorando un solo vero Dio; il fare questo confronto, dico, deve naturalmente persuadere ogni uomo ragionevole e non guidato dalle passioni, a dare un pronto abbandono a qualsiasi setta, per rientrare nell’arca di salute, nell’ovile di Gesù Cristo, la Chiesa Cattolica» (pp. 103-104).

   Un simile passo non necessita commenti. I Valdesi attentarono più volte alla vita di Don Bosco: lo odiavano e lo volevano morto; ma il Signore lo salvò sempre. Altri omicidi, comunque, commisero, ricordiamo in particolare il beato Pietro da Ruffia O.P. (1320-1365), saggio inquisitore della fede a Torino, che non risparmiò fatica per salvaguardare dall’eresia le popolazioni del Piemonte e della Liguria. Mentre era ospite a Susa dei Frati Minori, fu pugnalato dai valdesi il 2 febbraio, giorno della Presentazione del Signore.

     Inoltre il beato Antonio Pavoni (1325/6–1374): nominato inquisitore della fede per la Lombardia e la Liguria difese la sana dottrina con grande zelo: gli errori dei Valdesi furono smascherati, confermando nella fede molte anime e ottenendo innumerevoli conversioni. Il martire domenicano presagì il suo imminente sacrificio e lo annunciò: disse di essere stato invitato a nozze, perciò pregò che la sua rasatura fosse fatta con cura speciale. La domenica in Albis del 9 aprile 1374 si recò a celebrare la Santa Messa a Bricherasio (nelle terre valdesi) con più acceso fervore, continuando instancabile la proclamazione della Verità. Nello scendere dal pulpito venne assalito dai Valdesi e fu orribilmente massacrato. Quando essi chiederanno perdono di questi ed altri simili fatti, ma soprattutto, quando faranno ritorno nell’unico ovile?

Cristina Siccardi

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Il sangue di san Gennaro si è sciolto davanti a Francesco

Nel Duomo Napoli si è verificato in via straordinaria il «prodigio» che di solito avviene solo il 19 settembre. Sepe: «San Gennaro vuol bene al Papa, il sangue si è già sciolto a metà». Ma poi si scioglie del tutto.

E' la prima volta che accade nella storia. Non era mai successo che il sangue di san Gennaro si sciogliesse durante la visita a Napoli di un Pontefice. Il prodigio non si era verificato né con Pio IX, nè con Giovanni Paolo II né con Benedetto XVI. Il prodigio si è verificato invece questo pomeriggio al termine del discorso accorato di Francesco ai fedeli e al clero.

Quando alle ore 16 il cardinale Crescenzio Sepe ha controllato l'ampolla del protettore di Napoli ha potuto constatare che il sangue si era già sciolto per metà. Poi, dopo pochi minuti, la liquefazione si è completata.

Il Pontefice aveva preso in mano e baciato l'ampolla delle reliquie, esposte sull'altare. Il cardinale Sepe ha esclamato al microfono: «Il segno che san Gennaro vuole bene a Napoli e a papa Francesco: il suo sangue è sciolto per metà». Un annuncio salutato da un lungo applauso dei fedeli. A questo punto il Papa ha aggiunto: "Se si è sciolto a metà vuol dire che dobbiamo ancora andare avanti e fare meglio. Il santo ci vuole bene a metà». Poi, però, il sangue ha continuato a liquefarsi sino a sciogliersi completamente e tanti fedeli hanno gridato al miracolo.


In precedenza il Pontefice aveva abbandonato il discorso scritto per raccontare a braccio alcune esperienze personali, raccomandando l'adorazione, l'amore alla Chiesa («Non si può amare Gesù senza amare la sua Chiesa»), e lo zelo apostolico («La Chiesa esiste per portare Gesù», ha ribadito). «Occorre ripartire da Gesù e dalla Madonna», ha esortato il Papa che inoltre ha condannato l'affarismo nella Chiesa, il «terrorismo delle chiacchiere» e l'attaccamento al denaro nei sacerdoti e nelle religiose. Infatti è «brutto» quando nella Chiesa entra «l'affarismo».
Papa Francesco ha pronunciato una lunga meditazione a braccio, accantonando il discorso che aveva preparato, nell'incontro al duomo di Napoli con sacerdoti, suore e religiosi, elencando una serie di «testimonianze" e contro-testimonianze che i consacrati possono dare al popolo di Dio, compreso lo "spirito di povertà", e raccontando anche un aneddoto su una suora attaccata al denaro. «Quando nella chiesa entra l'affarismo, sia nei sacerdoti che nei religiosi, è brutto", ha detto. "Io ricordo una grande religiosa, brava donna, una grande economa, che faceva bene il suo mestiere, ma aveva il cuore attaccato ai soldi. Selezionava la gente, incoscientemente, secondo i soldi che avevano: "questo mi piace di più ha tanti soldi". Era economa di un collegio importante, ha fatto costruzioni importanti. Era una grande donna, ma si vedeva questo. E l'ultima umiliazione che ha avuto questa donna è stata pubblica: aveva 70 anni, più o meno, stava nel salotto di professori, scuole, prendendo un caffè, ha avuto una sincope ed è caduta. La davano schiaffi per farla tornare in sé e non tornava. E una professoressa ha detto: mettigli un biglietto di cento pesos e vediamo se così reagisce. La poverina era morta ma questa è stata l'ultima parola detta quando ancora non si sapeva se era morta o no: una brutta testimonianza».

Del resto quando un prete ha "avidità" e "si mette negli affari", "quanti scandali nella Chiesa e quanta mancanza di libertà per i soldi!", ha proseguito il Papa, che ha esemplificato così la cautela di alcuni consacrati quando ci sono di mezzo persone danarose: «Io a questa persona dovrei dirne quattro, ma poiché è un grande benefattore e i grandi benefattori fanno la vita che vogliono, io non ho la libertà" di fargli una predica. "Un sacerdote può avere i suoi risparmi, ma non deve avere il cuore lì", perché altrimenti "si fanno differenze tra le persone quando ci sono i soldi di mezzo, e per questo io vi chiedo a tutti di esaminare la coscienza: come va la mia vita di povertà, anche nelle piccole cose, che uno sia religioso o no»".

Papa Francesco ha bacchettato anche la «mondanità» e l'eccesso di comodità, come stare troppo davanti alla tv. «Nella diocesi che avevo prima - ha raccontato -, c'era un collegio di suore, brave suore, ma la casa dove abitavano, l'appartamento che avevano, era un po' vecchia ed era necessario rifarla. E l'hanno rifatta bene, troppo bene, anche lussuosa. Ci hanno messo in ogni stanza un televisore. E all'ora della telenovela tu non trovavi una suora in collegio!».


«Queste sono le cose che ci portano allo spirito del mondo - ha sottolineato il Pontefice -. E qui viene l'altra cosa che vorrei dire, un pericolo, la mondanità, vivere mondanamente, vivere con lo spirito del mondo, che Gesù non voleva».


E al prelato che prima del suo discorso gli aveva fatto una domanda sulla mancanza di vocazioni ha risposto: «Ma la testimonianza attira vocazioni. `Io voglio essere come quel sacerdote, voglio essere come quella suora´. Una vita comoda, una vita mondana non ci aiuta».

Il Pontefice si è poi soffermato sul tema della gioia della testimonianza. "I consacrati tristi - ha riflettuto Bergoglio - hanno qualcosa che non va. Devono andare da un amico o da un buon consigliere spirituale". "Se non avete Gesù al centro - aveva detto rivolgendosi ai candidati al sacerdozio - rinviate l'ordinazione".

Bergoglio aveva messo in guardia i religiosi anche dal "terrorismo delle chiacchiere" perchè "chi chiacchiera è un terrorista che butta una bomba, distrugge e lui è fuori. Almeno se facesse il kamikaze…". "Le chiacchiere - ha aggiunto - distruggono. Delle differenze si parla in faccia".

Fonte: VaticanInsider

 

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Il Papa : occorre la sana dottrina!!

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARROCI DI ROMA

Aula Paolo VI
Giovedì, 6 marzo 2014

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Quando insieme al Cardinale Vicario abbiamo pensato a questo incontro, gli ho detto che avrei potuto fare per voi una meditazione sul tema della misericordia. All’inizio della Quaresima riflettere insieme, come preti, sulla misericordia ci fa bene. Tutti noi ne abbiamo bisogno. E anche i fedeli, perché come pastori dobbiamo dare tanta misericordia, tanta!

Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci fa rivolgere lo sguardo a Gesù che cammina per le città e i villaggi. E questo è curioso. Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse un senzatetto, perché era sempre sulla strada. La vita di Gesù era nella strada. Soprattutto ci invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di “compassione”, vedendo le folle, ne sentì compassione. Perché vede le persone “stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Abbiamo sentito tante volte queste parole che forse non entrano con forza. Ma sono forti! Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri… Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo… e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili…

Allora comprendiamo che noi non siamo qui per fare un bell’esercizio spirituale all’inizio della Quaresima, ma per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso.

1. Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia.

Questa è stata un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia. Pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska; poi ha introdotto la festa della Divina Misericordia. Piano piano è avanzato, è andato avanti su questo.

Nell’Omelia per la Canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo. E guardando al futuro disse: «Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. E’ certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio». E’ chiaro. Qui è esplicito, nel 2000, ma è una cosa che nel suo cuore maturava da tempo. Nella sua preghiera ha avuto questa intuizione.

Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa! In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio non possiamo dimenticarle. E quella della divina misericordia è una di queste. E’ una consegna che lui ci ha dato, ma che viene dall’alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa, tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio la scelta di restituire priorità al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia. Riconciliare, fare pace mediante il Sacramento, e anche con le parole, e con le opere di misericordia.

2. Che cosa significa misericordia per i preti?

Mi viene in mente che alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono… “Ma Padre, perché Lei ce l’ha con i preti?”. Perché dicevano che io bastono i preti! Non voglio bastonare qui…

Domandiamoci che cosa significa misericordia per un prete, permettetemi di dire per noi preti. Per noi, per tutti noi! I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le “viscere” di Dio, Isaia ne parla tanto: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, cioè verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura… Così a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti. Questo è un criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza. La prossimità e il servizio, ma la prossimità, la vicinanza!… Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto… In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere… Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio… Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero. E vi lascio la domanda: Come mi confesso? Mi lascio abbracciare? Mi viene alla mente un grande sacerdote di Buenos Aires, ha meno anni di me, ne avrà 72… Una volta è venuto da me. E’ un grande confessore: c’è sempre la coda lì da lui… I preti, la maggioranza, vanno da lui a confessarsi… E’ un grande confessore. E una volta è venuto da me: “Ma Padre…”, “Dimmi”, “Io ho un po’ di scrupolo, perché io so che perdono troppo!”; “Prega… se tu perdoni troppo…”. E abbiamo parlato della misericordia. A un certo punto mi ha detto: “Sai, quando io sento che è forte questo scrupolo, vado in cappella, davanti al Tabernacolo, e Gli dico: Scusami, Tu hai la colpa, perché mi hai dato il cattivo esempio! E me ne vado tranquillo…”. E’ una bella preghiera di misericordia! Se uno nella Confessione vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri.

Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti - mi permetto la parola - “asettici” quelli “di laboratorio”, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo pensarla come un “ospedale da campo”. Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un “ospedale da campo”. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa... Gente ferita dalle illusioni del mondo… Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia… Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. Per me questo, in questo momento, è più importante. E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite… Mi viene in mente l’abitudine, per la legge mosaica, dei lebbrosi al tempo di Gesù, che sempre erano allontanati, per non contagiare… C’è gente che si allontana per la vergogna, per quella vergogna di non far vedere le ferite… E si allontanano forse un po’ con la faccia storta, contro la Chiesa, ma nel fondo, dentro c’è la ferita… Vogliono una carezza! E voi, cari confratelli - vi domando - conoscete le ferite dei vostri parrocchiani? Le intuite? Siete vicini a loro? E’ la sola domanda…

3. Misericordia significa né manica larga né rigidità.

Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a noi preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella Confessione un sacerdote molto “stretto”, oppure molto “largo”, rigorista o lassista.E questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani:solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, sì, certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano… ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo!

Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi… Ma pensate a Pelagio e poi parliamo… Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della santità, la accompagna e la fa crescere… Troppo lavoro per un parroco? E’ vero, troppo lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…

Per spiegarmi faccio anche a voi alcune domande che mi aiutano quando un sacerdote viene da me. Mi aiutano anche quando sono solo davanti al Signore!

Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? Ricordo che nei Messali antichi, quelli di un altro tempo, c’è una preghiera bellissima per chiedere il dono delle lacrime. Incominciava così, la preghiera: “Signore, Tu che hai dato a Mosè il mandato di colpire la pietra perché venisse l’acqua, colpisci la pietra del mio cuore perché le lacrime…”: era così, più o meno, la preghiera. Era bellissima. Ma, quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino?… Il pianto del prete… Tu piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime?

Piangi per il tuo popolo? Dimmi, tu fai la preghiera di intercessione davanti al Tabernacolo?

Tu lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato: “E se fossero meno? E se fossero 25? E se fossero 20?...” (cfr Gen 18,22-33). Quella preghiera coraggiosa di intercessione… Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico, e pensiamo ai piani pastorali, questo va bene, ma la stessa parresia è necessaria anche nella preghiera. Lotti con il Signore? Discuti con il Signore come ha fatto Mosè? Quando il Signore era stufo, stanco del suo popolo e gli disse: “Tu stai tranquillo… distruggerò tutti, e ti farò capo di un altro popolo”. “No, no! Se tu distruggi il popolo, distruggi anche a me!”. Ma questi avevano i pantaloni! E io faccio la domanda: Noi abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?

Un’altra domanda che faccio: la sera, come concludi la tua giornata? Con il Signore o con la televisione?

Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè, com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i malati? Sai accarezzarli, o ti vergogni di accarezzare un anziano?

Non avere vergogna della carne del tuo fratello (cfr Reflexiones en esperanza, I cap.). Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci ad “ogni carne” – questo è Isaia. Non vergognarti della carne di tuo fratello. “Farci prossimo”: la prossimità, la vicinanza, farci prossimo alla carne del fratello. Il sacerdote e il levita che passarono prima del buon samaritano non seppero avvicinarsi a quella persona malmenata dai banditi. Il loro cuore era chiuso. Forse il prete ha guardato l’orologio e ha detto: “Devo andare alla Messa, non posso arrivare in ritardo alla Messa”, e se n’è andato. Giustificazioni! Quante volte prendiamo giustificazioni, per girare intorno al problema, alla persona. L’altro, il levita, o il dottore della legge, l’avvocato, disse: “No, non posso perché se io faccio questo domani dovrò andare come testimone, perderò tempo…”. Le scuse!… Avevano il cuore chiuso. Ma il cuore chiuso si giustifica sempre per quello che non fa. Invece quel samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in azione pratica, in un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona.

Alla fine dei tempi, sarà ammesso a contemplare la carne glorificata di Cristo solo chi non avrà avuto vergogna della carne del suo fratello ferito ed escluso.

Io vi confesso, a me fa bene, alcune volte, leggere l’elenco sul quale sarò giudicato, mi fa bene: è in Matteo 25.

Queste sono le cose che mi sono venute in mente, per condividerle con voi. Sono un po’ alla buona, come sono venute… [Il cardinale Vallini: “Un bell’esame di coscienza”] Ci farà bene. [applausi]

A Buenos Aires – parlo di un altro prete – c’era un confessore famoso: questo era Sacramentino. Quasi tutto il clero si confessava da lui. Quando, una delle due volte che è venuto, Giovanni Paolo II ha chiesto un confessore in Nunziatura, è andato lui. E’ anziano, molto anziano… Ha fatto il Provinciale nel suo Ordine, il professore… ma sempre confessore, sempre. E sempre aveva la coda, lì, nella chiesa del Santissimo Sacramento. In quel tempo, io ero Vicario generale e abitavo nella Curia, e ogni mattina, presto, scendevo al fax per guardare se c’era qualcosa. E la mattina di Pasqua ho letto un fax del superiore della comunità: “Ieri, mezz’ora prima della Veglia Pasquale, è mancato il padre Aristi, a 94 – o 96? – anni. Il funerale sarà il tal giorno…”. E la mattina di Pasqua io dovevo andare a fare il pranzo con i preti della casa di riposo - lo facevo di solito a Pasqua -, e poi – mi sono detto - dopo pranzo andrò alla chiesa. Era una chiesa grande, molto grande, con una cripta bellissima. Sono sceso nella cripta e c’era la bara, solo due vecchiette lì che pregavano, ma nessun fiore. Io ho pensato: ma quest’uomo, che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires, anche a me, nemmeno un fiore… Sono salito e sono andato in una fioreria – perché a Buenos Aires agli incroci delle vie ci sono le fiorerie, sulle strade, nei posti dove c’è gente – e ho comprato fiori, rose… E sono tornato e ho incominciato a preparare bene la bara, con fiori... E ho guardato il Rosario che avevo in mano… E subito mi è venuto in mente - quel ladro che tutti noi abbiamo dentro, no? -, e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del Rosario, e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: “Dammi la metà della tua misericordia”. Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camicie del Papa non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite…

Se pensate, voi sicuramente ne avete conosciuti tanti, tanti, perché i preti dell’Italia sono bravi! Sono bravi. Io credo che se l’Italia ancora è tanto forte, non è tanto per noi Vescovi, ma per i parroci, per i preti! E’ vero, questo è vero! Non è un po’ d’incenso per confortarvi, lo sento così.

La misericordia. Pensate a tanti preti che sono in cielo e chiedete questa grazia! Che vi diano quella misericordia che hanno avuto con i loro fedeli. E questo fa bene.

Grazie tante dell’ascolto e di essere venuti qui.

Angelus Domini …

Fonte: Edizione Vaticana

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I cristiani incoerenti creano scandalo, e lo scandalo uccide

Francesco a Santa Marta: “A un ateo puoi provare che Dio esiste, e lui non avrà fede. Ma se dai testimonianza di coerenza, qualcosa incomincerà a lavorare nel suo cuore”

DOMENICO AGASSO JR
ROMA

Il cristiano incoerente dà scandalo e lo scandalo uccide: parola di papa Francesco alla Messa in Santa Marta, come da resoconto di Radio Vaticana.

L’omelia ha preso lo spunto dalla Cresima amministrata durante la celebrazione. Chi riceve questo Sacramento – ha detto il Papa – “manifesta la sua voglia di essere cristiano. Essere cristiano significa dare testimonianza di Gesù Cristo”: è una persona che “pensa come cristiano, sente come cristiano e agisce come cristiano. E questa è la coerenza di vita di un cristiano”. Uno può dire anche di avere fede, “ma se manca una di queste cose, non c’è il cristiano”, “c’è qualcosa che non va, c’è una certa incoerenza”.

E i cristiani “che vivono ordinariamente, comunemente nell’incoerenza, fanno tanto male”: “Abbiamo sentito l’apostolo San Giacomo cosa dice ad alcuni incoerenti, che si vantavano di essere cristiani, ma sfruttavano i loro dipendenti, e dice così: ‘Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre e che voi non avete pagato grida; e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore Onnipotente’. È forte il Signore. Se uno sente questo, può pensare: ‘Ma questo lo ha detto un comunista!’. No, no, l’ha detto l’apostolo Giacomo! É Parola del Signore. È l’incoerenza. E quando non c’è la coerenza cristiana e si vive con questa incoerenza, si fa lo scandalo. E i cristiani che non sono coerenti fanno lo scandalo”.


“Gesù – ha continuato il Papa - parla troppo forte contro lo scandalo: ‘Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, uno solo di questi fratelli, sorelle che hanno fede, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare’. Un cristiano incoerente fa tanto male” e “lo scandalo uccide”. “Tante volte – ancora Francesco - abbiamo sentito: ‘Ma padre, io credo in Dio, ma non nella Chiesa, perché voi cristiani dite una cosa e ne fate un’altra’”. E ancora: “Io credo in Dio, ma in voi no”. “È per la incoerenza”: 
“Se tu ti trovi davanti – figuriamoci! – davanti un ateo e ti dice che non crede in Dio, tu puoi leggergli tutta una biblioteca, dove si dice che Dio esiste e anche provare che Dio esiste, e lui non avrà fede. Ma se davanti a questo ateo tu dai testimonianza di coerenza di vita cristiana, qualcosa incomincerà a lavorare nel suo cuore. Sarà proprio la testimonianza tua quella che a lui porterà questa inquietudine sulla quale lavora lo Spirito Santo. È una grazia che tutti noi, tutta la Chiesa deve chiedere: ‘Signore, che siamo coerenti’”. 



Dunque, per il Papa, occorre pregare, “perché per vivere nella coerenza cristiana è necessaria la preghiera, perché la coerenza cristiana è un dono di Dio e dobbiamo chiederlo”: “Signore, che io sia coerente! Signore, che io non scandalizzi mai, che io sia una persona che pensi come cristiano, che senta come cristiano, che agisca come cristiano”.

E quando cadiamo per la nostra debolezza, chiediamo perdono: “Tutti siamo peccatori, tutti, ma tutti abbiamo la capacità di chiedere perdono. E Lui mai si stanca di perdonare! Avere l’umiltà di chiedere perdono: ‘Signore, non sono stato coerente qui. Perdono!’. Andare avanti nella vita con coerenza cristiana, con la testimonianza di quello che crede in Gesù Cristo, che sa che è peccatore, ma che ha il coraggio di chiedere perdono quando sbaglia e che ha tanta paura di scandalizzare. Il Signore ci dia questa grazia a tutti noi”.




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la liturgia non è spettacolarizzazione.

Il Segretario di Stato vaticano sottolinea il valore della liturgia, richiamandone la sobrietà e il dinamismo silenzioso.

MICHELANGELO NASCA
ROMA

Si sta svolgendo in questi giorni, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, un convegno dedicato alla Sacrosanctum Concilium, una delle quattro grandi costituzioni conciliari generate dal Concilio Vaticano II nel 1963, e che si occupa nello specifico della riforma e della promozione della liturgia. L’arcivescovo Pietro Parolin, segretario di Stato, in occasione di tale ricorrenza, ha celebrato una Messa nella Basilica di San Pietro sottolineando, nel corso della sua omelia, gli aspetti importanti del rinnovamento liturgico della Chiesa proposti dal documento conciliare sulla Sacra Liturgia.

La liturgia – ha dichiarato Parolin, nella sintesi raccolta da Radio Vaticana – custodisce e apre la porta della grazia e va, dunque, a sua volta, coltivata e custodita nella sua verità. Essa permette e realizza la santificazione dell’uomo attraverso “segni sensibili”, “in un tempo e in uno spazio nuovi”, attraverso l’azione del popolo (etimologia del termine “liturgia”) caratterizzata dalla sobrietà dei gesti cultuali e celebrativi. “Sempre ci stupisce – sottolinea Parolin – la sproporzione tra la semplicità dei segni e la portata sovrumana degli effetti. La vita trinitaria ci è offerta nell’acqua del Battesimo; Dio ci offre se stesso in cibo nell’Eucaristia; il suo perdono ci raggiunge attraverso il gesto e le parole di un sacerdote”.

Il particolare legame tra Dio e l’uomo, e il dialogo che attraverso i segni liturgici viene intrapreso, trova realizzazione nell’ordinarietà della vita quotidiana. Parolin sottolinea questo particolare aspetto della ferialità nell’esistenza umana, suggerendo così l’identità di un Dio presente in ogni istante della vita dell’uomo: “Si direbbe quasi che il Signore ci voglia incontrare e risanare e rinnovare in un contesto di disarmante normalità, che ci voglia raggiungere e trasformare nella ferialità della nostra esistenza, nello stesso modo in cui scelse i dodici, chiamandoli dalle loro occupazioni quotidiane e proiettandoli verso l’orizzonte della sequela e della missione”.

I gesti che Gesù compie nei racconti dei Vangeli sono presentati con estrema sobrietà e semplicità, Egli non cerca la spettacolarizzazione, poiché – precisa il Segretario di Stato – “il bene compiuto possiede un suo inarrestabile dinamismo interno di crescita e di diffusione”; un dinamismo potente, costante, delicato e silenzioso.

A conclusione del suo discorso, Parolin, salutando tutti i partecipanti al Convegno sulla Sacrosanctum Concilium, ha ricordato il compito importante della liturgia, quello cioè di custodire e rendere presente - nella sua verità e nella sua autentica finalità – il dono della grazia: “Il mistero della vita di Cristo si attualizza nella vita della Chiesa con l’azione dello Spirito ed è la liturgia il canale principale, sempre aperto, in cui scorre l’acqua pura che promana dal mistero pasquale di Cristo. La liturgia custodisce e apre la porta della grazia e va, dunque, a sua volta, coltivata e custodita nella sua verità e nella sua autentica finalità”.

FONTE: Vatican insider.

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